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BAGHERIA – Blitz contro i nuovi boss, 16 arresti: in manette anche il capomafia Scaduto[VIDEO]


Individuati nuovi e vecchi esponenti del mandamento di Bagheria e della famiglia mafiosa di Altavilla Milicia, accusati di aver continuato a imporre estorsioni a commercianti e imprenditori locali. Questa mattina i carabinieri del comando provinciale di Palermo hanno dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 16 persone accusate a vario titolo di associazione mafiosa ed estorsione aggravata dal metodo mafioso. Il provvedimento è stato emesso dal gip del Tribunale di Palermo, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia.

Tra gli arrestati c’è anche Pino Scaduto, scarcerato lo scorso aprile dopo essere stato arrestato nell’operazione Perseo del 2008. Secondo gli inquirenti avrebbe cercato di riprendere il comando della cosca di Bagheria. Il boss è adesso di nuovo in cella, assieme ad altri quindici presunti affiliati.
Nell’ambito dell’indagine denominata “Nuova Alba” gli inquirenti hanno scoperto nuovi affiliati al gruppo mafioso di Bagheria accusati di estorsioni ad imprenditori locali.

Alcuni indagati della famiglia mafiosa di Altavilla Milicia, avrebbero selezionato le vittime di estorsione e si sarebbero occupati della riscossione delle somme di denaro, che serviva al sostentamento dei detenuti in carcere, alla gestione monopolistica delle mediazioni immobiliari, imponendo provvigioni superiori a quelle di mercato.

Gli affiliati del mandamento di Bagheria, invece, avrebbero estorto denaro ad imprenditori del settore edile e nella fornitura di acqua minerale. Gli imprenditori sarebbero stati costretti ad assumere persone vicine all’organizzazione mafiosa.

E’ stato notificato il provvedimento di custodia cautelare in carcere anche a Giacinto Di Salvo già detenuto. Si tratta di un altro esponente di spicco del mandamento mafioso di Bagheria. Di Salvo è stato arrestato nel 2013 nell’ambito dell’indagine denominata “Argo”. Le indagini avevano permesso di ricostruire l’ascesa di Di Salvo da capo famiglia a quello di reggente e cassiere del mandamento di Bagheria. E’ stato arrestato anche Giovanni Trapani ritenuto dagli inquirenti a capo della famiglia mafiosa di Ficarazzi fino al 2010.

Tra gli altri coinvolti nell’operazione Franco Lombardo, ritenuto a capo della famiglia mafiosa di Altavilla Milicia tra il 2011 e l’ottobre 2012 e, per breve periodo, reggente del mandamento di Bagheria, e Michele Modica, a capo della famiglia mafiosa di Altavilla Milicia fino al giugno 2014, quando venne arrestato nell’ambito dell’indagine “Reset”.

La figlia del boss mafioso di Bagheria, Pino Scaduto, avrebbe avuto una relazione con un maresciallo dei carabinieri e per questo il mafioso avrebbe ordinato al figlio di ucciderla.

“Tua sorella si è fatta sbirra”, diceva il boss al figlio. Ma il giovane, 30 anni, temeva di finire in carcere. “Io ho 30 anni e non mi consumo per lui”, diceva ad un amico intercettato dai carabinieri.

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GELA – Maxi operazione “Tomato”, 16 arresti


I carabinieri del comando provinciale di Caltanissetta e del reparto territoriale di Gela hanno eseguito 16 ordinanze di custodia cautelare per un traffico di stupefacenti sull’asse Sicilia-Basilicata, che avrebbe punti di smistamento nelle province di Caltanissetta, Palermo, Catania, Ragusa, Potenza e Matera. I provvedimenti restrittivi sono stati emessi dal gip del tribunale di Gela, su richiesta della procura.

Nell’operazione, denominata «Tomato», che ha già portato al sequestro di eroina e cocaina, sono stati impegnati oltre 80 carabinieri.

Palermo e Catania erano le piazze preferite per importare la droga a Gela attraverso piccole dosi. Tutto partirebbe da due rapine i cui proventi sarebbero stati reinvestiti in droga. I soggetti- per il GIP – hanno una pericolosa propensione al crimine che induce anche a pensare a una reiterazione dei reati. ‘ Gente che del crimine ha fatto un’abitudine di vita – ha detto il Procuratore Asaro – in una città veramente martoriata ma con brava gente’. La droga veniva spacciata anche nel chiosco di una scuola di Piano Notaro: gli assuntori erano persone ‘normali’, incensurati, anche in età adolescenziale. I tossicodipendenti erano sfruttati per il trasporto in città. Nell’operazione è coinvolta anche una donna palermitana moglie di uno degli arrestati.La richiesta di custodia cautelare è stata depositata dalla Dott.ssa Lara Seccacini oggi trasferita presso altra Procura.

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I personaggi:

Sedici le misure cautelari emesse dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Gela su richiesta della locale Procura.
Dieci le persone trasferite in carcere, stamattina al termine delle formalità. Cinque le ordinanze di custodia cautelare agli arresti
domiciliari.

La sedicesima ordinanza prevede la misura dell’obbligo di firma per un giovane (S.A. le iniziali) residente in Lucania, a Tempa Rossa, in provincia di Potenza.

In carcere sono finiti:

*Alessandro Scilio*, 38 anni;

*Salvatore Stamilla*, 45 anni;

*Vincenzo Di Maggio, *28 anni;

*Salvatore Antonuccio*, 40 anni;

*Giuseppe Fausto Fecondo*, 45 anni;

*Luigi D’Antoni*, 52 anni;

*Giovanni Traina*, 52 anni;

*Salvatore Graziano Mazzolino, *25 anni;

*Massimiliano Avenia*, 38 anni;* *

*Giovanni Battista Calascibetta*, 61 anni, arrestato a Palermo;

*Antonia Cricchio, *57 anni, arrestata a Palermo;

Agli arresti domiciliari sono stati sottoposti:

*Salvatore Antonuccio*, 40 anni;

*Giovanni Palermo*, 49 anni;

*Gaetano Fiaccabrino*, 46 anni;

*Gaetano Marino*, 33 anni;

*Luciano Guzzardi*, 53 anni.* *

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Ancora droga per ‘vip’ a Palermo, vasta operazione fra Sicilia, Campania e Calabria, 16 arresti [VD]


Una vasta operazione antidroga della Polizia di Stato è in corso dalle prime ore del mattino. Sono sedici le ordinanze cautelari che vengono eseguite. L’operazione costituisce il risultato di un’indagine avviata nel 2012 e conclusa nel 2016 su due distinti gruppi criminali che si approvvigionavano di ingenti quantitativi di stupefacente, provenienti, principalmente dalla Campania e dalla Calabria.

Le indagini hanno accertato come grosse quantità di stupefacenti fossero destinate ad insospettabili consumatori del mondo delle libere professioni.

Il primo gruppo criminale, in costante contatto con la Campania, al suo interno esponenti mafiosi riconducibili allo storico mandamento mafioso di “Porta Nuova” e costituisce la riprova di come Cosa Nostra palermitana, attraverso la droga, sia ancora oggi in affari con la camorra napoletana.

Il filone investigativo sul secondo gruppo criminale trae, invece, origine dal sequestro di un’ingente somma di denaro avvenuta nel 2014 che ha scoperchiato un’ altra fiorente rotta della droga, stavolta collegata alla malavita calabrese. Anche in quel caso sono stati effettuati ingenti sequestri di cocaina.

Complessivamente, nell’ambito dell:attività investigativa, nell’arco del 2014 e del 2015, gli agenti hanno arrestato alcuni corrieri della droga con un carico di oltre 70 chili di hashish, 7,5 chili di cocaina, 14 chili di marijuana, 1,5 chili di eroina e, circa, 100.000 euro in contanti.

Nelle scorse settimane un’altra operazione aveva smantellato altre due organizzazioni che si occupavano di spacciare alla Palermo bene.

Ecco l’elenco degli arrestati nel corso dell’operazione antidroga di Palermo. I provvedimenti sono stati emessi dip Fabrizio Molinari la custodia cautelare in carcere per Pietro Catalano, 34 anni, Alessandro Bronte, 31 anni, Angelo Scafidi, 29 anni, Ciro Spasiano, 37 anni, Dario De Felice, 40 anni, Giuseppe Rosciglione, 37 anni, Salvatore Peritore, 59 anni, Carlo Arculeo, 65 anni, Giuseppe Saltamacchia, 32 anni, Gaetano Rubino, 36 anni, Francesco Ferrante, 56 anni. Agli arresti domiciliari per Giuseppe Cutino, 30 anni e Antonio Napolitano 24 anni.

Mancano all’appello tre persone che sono ricercate.

“Sono stati sgominati due sodalizi palermitani che si approvvigionavano a di ingenti quantitativi di sostanza stupefacente in Campania e Calabria – dice Rodolfo Ruperti capo della squadra mobile di Palermo – Sono stati eseguiti numerosi sequestri. Le due bande riuscivano a dare risposte ad una forte domanda di droga sempre maggiore e riuscivano a soddisfare una clientela palermitana abbastanza variegata”.

I pusher che gestivano un servizio a domicilio venivano contattati al telefono anche da utenze in servizio alla Corte dei Conti e alla Regione. Tanti i professionisti che si rivolgevano alla banda per avere cocaina.

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FREE FUEL – Carburanti rubati e venduti sottocosto in due anni danno da tre milioni di euro


La polizia di Ragusa ha disarticolato una banda specializzata di ricettatori e contrabbandieri di carburante rubato a società che commercializzano prodotti petroliferi e venduto sottocosto, grazie alla complicità di autisti di autocisterne di una ditta di trasporto estranea alla vicenda.

Agenti della squadra mobile di Ragusa, che hanno svolto le indagini avvalendosi di pedinamenti e intercettazioni, hanno arrestato 16 persone, 15 in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare e una in flagranza nel ‘punto vendita’ abusivo realizzato ad Agusta (Siracusa).

Denunciati per ricettazione 65 ‘clienti’ che acquistavano i carburanti in nero. I circa due milioni di litri rubati in due anni hanno creato un danno di quasi 3 milioni di euro alle società vittime del furto, costrette a dover alzare i prezzi al pubblico per compensare le perdite. Sottoposti a sequestro preventivo due aziende, migliaia di euro e quasi 1.000 litri di gasolio.

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SAN GIUSEPPE JATO – Blitz antimafia con 16 arresti


Blitz antimafia dei carabinieri nel mandamento di San Giuseppe Jato, in provincia di Palermo: circa 100 militari, con unità cinofile ed elicotteri, hanno setacciato la zona di San Giuseppe, San Cipirello e Monreale per arrestare boss e gregari di Cosa nostra. In totale 16 arresti. 

Nel corso dell’indagine coordinata dalla Dda di Palermo è stata scoperta la violenta reazione da parte dei nuovi vertici dei clan nei confronti dei vecchi, accusati di avere violato ripetutamente le regole di Cosa nostra.

Nella zona di San Giuseppe Jato la fazione di Gregorio Agrigento si era imposta, anche con il ricorso alla forza, dopo un preoccupante periodo di fibrillazione e contrapposizione, sul gruppo costituito da Giovanni Di Lorenzo e altri affiliati, anche loro arrestati.

Nel mirino pure la riorganizzazione della famiglia mafiosa di Monreale, al cui vertice era stato designato Giovan Battista Ciulla. Le indagini svolte a partire dalla fine del 2014 e nei primi mesi del 2015 hanno registrato l’evoluzione delle dinamiche interne dell’organizzazione mafiosa di San Giuseppe Jato e della famiglia di Monreale, con particolare riferimento alle successioni al vertice del mandamento.

E’ emerso infatti che, in considerazione dell’aggravarsi delle condizioni di salute dell’anziano boss Agrigento, più volte ricoverato nei mesi di ottobre e novembre 2014, Bruno ha ricoperto la reggenza del mandamento di San Giuseppe Jato, assumendo decisioni importanti sia nella ridefinizione dell’organigramma interno delle varie famiglie mafiose che lo compongono, in particolare quella di Monreale – che continuava a vivere un periodo di fibrillazione interna -, sia accreditandosi e partecipando a incontri e riunioni con esponenti di altre articolazioni territoriali di Cosa nostra, come il mandamento di Corleone.

Tanti gli episodi di intimidazione tra fazioni avversarie, tra aggressioni e minacce. Il più eclatante il 28 febbraio 2015 con una testa di capretto, su cui era stata conficcata una pallottola da caccia, lasciata davanti alla casa di Isidoro Bongusto, uno degli arrestati. Annesso un biglietto con la scritta: “DA QUESTO MOMENTO NON USCIRE PIU’ DI DENTRO PERCHE’ NON SEI AUTORIZZATO A NIENTE”.

Quindi una sequenza di missioni punitive, pestaggi, pistole puntate alla bocca, come hanno rivelato anche le intercettazioni.

Questo l’elenco degli arrestati nell’operazione Monte Reale: Antonino Alamia, 52 anni, Sergio Denaro Di Liberto, 42 anni, Ignazio Bruno, 43 anni, Giovan Battista Ciulla, 35 anni, Onofrio Buzzetta, 42 anni, Vincenzo Simonetti, 56 anni, Domenico Lupo, 57 anni, Salvatore Lupo, 28 anni, Giovanni Pupella, 26 anni, Benedetto Isidoro Buongusto, 66 anni, Antonino Serio, 62 anni, Pietro Lo Presti, 32 anni, Alberto Briuccia, 38 anni, Francesco Balsano, 40 anni, Salvatore Billetta, 47 anni, Giovanni Matranga, 54 anni.

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GELA – Preso reggente clan Emmanuello [FOTO][VIDEO]


E’ stata denominata “Falco” l’operazione condotta dalla Squadra Mobile di Caltanissetta, in collaborazione con gli agenti del commissariato di Gela, che ha permesso agli inquirenti di arrestare il nuovo reggente di Cosa nostra di Gela, Gianluca Pellegrino, appartenente al clan Emmanuello e di sgominare un vasto traffico di sostanze stupefacenti. Eseguite 16 misure cautelari.  

In carcere è finito un nuovo boss emergente, Gianluca Pellegrino, 32 anni. Arresti domiciliari per Alessandro Emanuele Pellegrino, 26 anni; Giovambattista Campo, inteso “Giovanni” 50 anni; Pietro Caruso, inteso “Nele” 32 anni; Emanuele Faraci, inteso “Nele”, 37 anni; Orazio Tosto, 23 anni; Angelo Famao, 28 anni, nato a Vittoria; Jonny Cavallo, 24 anni e  Guido Legname, 21 anni. Obbligo di firma per Rosario Perna, Gabriele Macchiarella, Loreto Saverino, Francesco Cuntrò, Angelo Scialabba e Nunzio Alabiso. Non è stato invece ancora rintracciato, Giuseppe Di Noto, 24 anni, sottoposto agli arresti domiciliari.

Gianluca Pellegrino risponde di associazione mafiosa – aggravata dall’essere armata – in quanto è ritenuto un esponente di Cosa nostra. L’uomo, già nel 2003 avrebbe imposto il pizzo a 12 imprenditori locali. Pellegrino sarebbe il   “figlioccio” di Francesco Vella, già reggente degli Emmanuello e oggi collaboratore di giustizia. Un boss emergente, considerato anche la “mente” della presunta organizzazione, appena sgominata dalla polizia, che si dedicava al traffico e  allo spaccio di stupefacenti. Venne scarcerato nel 2011, dopo otto anni di carcere, ma il rampante Pellegrino, approfittando anche del vuoto lasciato dai Rinzivillo, tornò sin da subito a riprendere le redini del clan allacciando rapporti sia con la Stidda che con Cosa nostra e in particolare con Alessandro Barberi, che ha anche ricoperto il ruolo di rappresentante provinciale della famiglia mafiosa nissena. Pellegrino, uscito dal carcere sarebbe tornato ad occuparsi di estorsioni ed organizzare e dirigere un fiorente traffico di sostanze stupefacenti. Ben 23 sono stati gli episodi di cessione ampiamente documentati soprattutto nei locali estivi della movida gelese. Sequestrati a Gianluca Pellegrino, nel corso dell’operazione, 7800 euro in contanti. 

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GELA – “Parenti serpenti”, droga, rapine e furti in città: 16 arresti


Sono quattordici, attualmente, gli arrestati nell’ambito dell’Operazione “Parenti Serpenti, condotta dal locale Commissariato di Polizia, che ha eseguito 16 ordinanze di custodia cautelare, disposte dal dal G.I.P. del Tribunale di Gela, D.ssa Veronica Vaccaro su richiesta del Sostituto Procuratore della Repubblica D.ssa Lara Seccacini, con il coordinamento del Procuratore Capo D.ssa. Lucia Lotti. Due sono ancora irreperibili.

L’attività investigativa nasce da un’incisiva azione di contrasto al traffico di droga nelle più importanti piazze di spaccio cittadine.

Sono tutt’ora in corso perquisizioni con l’ausilio di unità cinofile, specializzate anche nell’individuazione di armi.

I soggetti sono accusati a vario titolo, di furti, rapine e spaccio di sostanze stupefacenti.

Ecco i nomi degli arrestati.

RINZIVILLO Giovanni (1988)

RINZIVILLO Klisman (1994)

LIPAROTI Emilio Massimiliano (1995)

SPINELLO Francesco (1991)

GIORLANDO Carmelo Manuel (1993)

MIRASOLA Fabio (1995)

RINZIVILLO Giovanni (1992)

LICATA Ruben Antonio (1990)

SARDO Sebastiano (1986)

CAMMALLERI Mario (1993)

TRUBIA Gaetano (1992)

SCORDIO Salvatore (1987)

BLANCO Vincenzo Francesco (1990)

DI FEDE Alessandro (1991)

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OPERAZIONE ACQUARIUM- Coca davanti ai pub, blitz con sedici arresti tra Palermo e Termini Imerese[VIDEO]


Sono gli spacciatori della movida palermitana. Hanno venduto cocaina a fiumi davanti ad alcuni dei pub e bar più frequentati della città. E in alcuni casi tra i clienti c’erano anche alcuni minorenni. E’ uno dei risvolti dell’indagine “Aquarium” dei carabinieri del gruppo di Monreale e della compagnia di Termini Imerese. Nel blitz, questa notte, sono finiti agli arresti in 16 tra spacciatori, rapinatori e ladri di Palermo e Termini Imerese. Tutti uniti da un filo rosso, quello legato al mondo della droga e della malavita tra Palermo e Termini Imerese. La cocaina arrivava davanti al pub Jackass di via Sammartino, al Rosso di piazza Lolli, al bar Luxury di viale Regione siciliana, alla discoteca Sea club di Terrasini ma anche davanti a una delle sedi delle rosticcerie Ganci, quella di via Malaspina.

Tra i pusher i carabinieri hanno scoperto anche un insospettabile impiegato palermitano della finanziaria Findomestic, Mario Cangelosi. Impiegato di giorno, pusher di sera. La droga, Cangelosi, la nascondeva tra le pratiche della finanziaria di corso Calatafimi dove lavorava. Suoi colleghi dello spaccio erano un incensurato e disoccupato, Giuseppe Virzì, per il quale sono state accertate 100 cessioni di droga, e Antonella Vitale, impiegata in una copisteria di Bagheria che ha una sede anche all’interno dell’università.

I carabinieri, durante le indagini durate un anno, tra il 2012 e il 2013, hanno scoperto anche un livello superiore, quello dei grossisti. E’ così che sono arrivati a Ballarò, dove a monopolizzare il rifornimento di droga, sarebbero stati Salvatore Agusta, con precedenti per droga e rapina, il figlio Giuseppe, e Paolo Genovese. E’ da loro che arrivavano anche da Termini Imerese per acquistare cocaina e hashish.

Nell’inchiesta c’è finito anche il prezziario della coca al dettaglio: 90/100 euro al grammo. Dai fornitori, invece, un grammo si pagava 60 euro. Tra i clienti della movida sono stati bloccati e identificati decine di studenti universitari, ma anche piccoli imprenditori.

Tre degli arrestati sono finiti in carcere, tredici agli arresti domiciliari, altri cinque sono sottoposti all’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Le misure sono state emesse dal gip del tribunale di Termini Imerese su richiesta della procura. Le accuse sono detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, furto aggravato e ricettazione in concorso, estorsione, rapina impropria e detenzione abusiva di armi.

Le indagini, avviate nel dicembre 2012 e condotte dal Nucleo Operativo della Compagnia di Termini Imerese, hanno consentito di delineare le responsabilità penali di 21 soggetti divisi in quattro gruppi di spacciatori, ma anche di alcuni giovani dediti ai furti e alle rapine. I carabinieri hanno anche ricostruito due episodi di “cavallo di ritorno” per due moto rubate sempre grazie alle conoscenze di uno degli spacciatori nel mondo della malavita palermitana.

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MAFIA – Operazione contro clan Messina Denaro:16 arresti[VIDEO1][VIDEO2][FOTO]


Il clan Messina Denaro perde un altro pezzo. Stavolta in carcere finisce Girolamo Bellomo, 37 anni, detto Luca, nipote acquisito del numero uno dei ricercati. È il marito di Lorenza Guttadauro, avvocatessa e figlia di Filippo e Rosalia Messina Denaro, sorella del latitante di Castelvetrano. Sedici gli arresti dei carabinieri dei Ros. Tanti i favoreggiatori presi che hanno cercato di rendere più semplice la vita del latitante e complicare l’attività di indagine degli investigatori. Un elettrauto che controllava se nelle auto dei boss ci fossero microspie. Un dipendente della Motorizzazione civile di Trapani che verificava le targhe sospette. Ad aprire qualche scenario e qualche pista investigativa c’è stato l’insospettabile comparsa della soap opera della Rai “Agrodolce”, girata in Sicilia: Salvatore Lo Piparo, che sarebbe affiliato al clan di Bagheria, da sempre vicino a Messina Denaro. “Vi potrà sembrare strano – ha raccontato qualche settimana fa, quando ha deciso di collaborare con la giustizia dopo l’ultimo arresto – ma io ho fatto proprio la parte di un poliziotto in Agrodolce, andate a vedere. E fui incaricato di andare a procurare delle pettorine con su scritto polizia, servivano per la rapina al corriere”.

GIROLAMO BELLOMO - nipote di Matteo Messina Denaro arrestato

Il nipote di Matteo Messina Denaro Girolamo Bellomo detto Luca poteva contare anche su un gruppo di picchiatori. Uomini fidati che mettevano in riga quanti non ubbidivano agli ordini del capo. Il giovane uomo di affari, secondo l’accusa,  si era anche presentato agli imprenditori che stavano realizzando un nuovo centro commerciale a Castelvetrano, “A29”, e aveva imposto le sue ditte per le forniture e i lavori. Agosto 2013. A casa di un pluripregiudicato di Castelvetrano, Giuseppe Fontana, furono rubati gioielli. E partì la caccia all’autore del furto perché, come svelerebbero le intercettazioni, parte della refurtiva apparteneva alla famiglia di Matteo Messina Denaro. Alla fine le “indagini” di Cosa nostra si concentrarono su un altro pregiudicato che fu sequestrato sotto gli occhi della compagna e della figlia, rinchiuso in un casolare e massacrato a botte. Lo abbandonarono per strada in fin di vita. Un pestaggio brutale autorizzato, secondo gli inquirenti, da Girolamo Bellomo Bellomo avrebbe aiutato il cognato, Francesco Guttadauro, e Patrizia Messina Denaro a mandare avanti gli affari della cosca. Quando nel dicembre 2013 per entrambi scattarono le manette, Bellomo si sarebbe sobbarcato il peso del lavoro sporco. Un lavoro sporco che ha consentito e consente a Matteo Messina Denaro di restare latitante, potendo contare su una fitta rete di protezione. Anche in questa operazione ci sono i segni della presenza del padrino trapanese sul territorio. Segni impalpabili rappresentati da pizzini e conversazioni via Skype. Tra gli arrestati a Castelvetrano Giuseppe Fontana, il consigliere Lillo Giambalvo, 41 anni. Nel 2012 mancò l’elezione per pochissimi voti, in Consiglio comunale entrò a luglio scorso perché primo dei non eletti, subentrato ad altro consigliere chiamato alla carica assessoriale. candidato con la lista di Futuro e Libertà una volta in aula ha aderito ad Articolo 4 formazione politica del deputato regionale Paolo Ruggirello.     Ancora a Castelvetrano sono stati arrestati i fratelli Cacioppo, Leo e Saro, Fabrizio Messina Denaro (detto Elio), nessuna parentela col latitante, Vito Tummarello, Luciano Pasini e Valerio Tranchida.

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Operazione anti-caporalato “Sabr”, tra i 16 arresti un sudanese residente a Racalmuto


C’è anche un sudanese residente a Racalmuto, tra le persone coinvolte nell’operazione “Sabr”, che stamattina ha portato i carabinieri ad eseguire, in Puglia ed altre regioni italiane, un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal gip del Tribunale di Lecce su richiesta della locale Procura distrettuale antimafia.  Si tratta di Adem Meki, 52 anni, nato ad Alobaud (Sudan), ma residente a Racalmuto.

È scattata alle tre di questa mattina l’operazione anti-caporalato “Sabr”, dopo l’emissione di ventidue ordinanze di custodia cautelare, di cui sedici già eseguite, da parte del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Lecce, Carlo Cazzella, su richiesta della locale Direzione distrettuale antimafia. Condotta dal Raggruppamento Operativo Speciale di Lecce tra gennaio del 2009 e ottobre 2011, l’operazione ha portato all’emersione dei reati di riduzione e mantenimento in schiavitù e servitù nonché di «un vero e proprio “sistema” criminale, efficientemente organizzato» dedito alla tratta di persone a fini di sfruttamento, composto da cittadini italiani, algerini, tunisini e sudanesi attiva tra la Puglia, la Sicilia, la Calabria e la Tunisia – da cui provenivano, insieme al Ghana, la maggior parte dei migranti – che costituiva la base di partenza dei viaggi.
I migranti venivano allettati dalla prospettiva di un lavoro ben remunerato e in condizioni accettabili. Arrivati in Italia, però, i migranti si ritrovavano invece a lavorare al limite della sopportazione psico-fisica per dieci o dodici ore al giorno ricevendo una paga – compresa tra i venti ed i venticinque euro giornalieri – da consegnare quasi interamente al caporale per la permanenza in alloggi nei quali mancavano l’acqua corrente, i servizi igienici e la corrente elettrica.

 

Il gruppo dei datori di lavoro, al quale viene contestato il rilascio di false certificazioni di assunzione, era costituito dai netini Giuseppe Cavarra, 34enne di Noto e Rosaria Mallia, 35enne, entrambi residenti a Pachino e coinvolti direttamente anche nel reclutamento ; dai neretini Marcello Corvo, 52enne; Bruno Filieri, 49enne; Pantaleo Latino detto “Pantaluccio” 58enne; Livio Mandolfo, 46enne; Salvatore Pano, 56enne; Corrado Manfredi, 59enne e Giuseppe Mariano, detto “Pippi”, 74enne di Scorrano (Lecce); Giovanni Petrelli, 50enne di Carmiano (Lecce).
Del gruppo che materialmente si occupava dell’ingresso dei migranti facevano parte Saed Abdellah, detto “Said”, 26enne sudanese residente a Palermo; Meki Adem, 52enne sudanese residente a Racalmuto (Agrigento); Abdelmalek Aibeche, detto “Alì”, 34enne algerino residente a Vittoria (Ragusa), capo squadra; Belgacem Ben Bechir Aifa, 42enne algerino residente a Nardò, capo squadra; Bilel Ben Aiaya Akremi, 29enne tunisino – residente a Nardò – ritenuto dagli inquirenti il capo della cellula criminale nonché uno dei caporali; Mohamed Hassen Ben, 35enne tunisino, residente a Pachino (Siracusa), reclutatore; Mohamed Yazid Ghachir, detto “Giuseppe l’algerino” o “Capo dei neri”, 44enne algerino residente a Taurianova (Reggio Calabria); Ben Abderrahma Jaouali Sahbi, 43enne tunisino residente a Polignano a Mare (Bari), capo squadra; Saber Ben Mahmoud Jelassi, detto “Giuseppe il tunisino”, “Sabr” o “Capo dei capi”, 42enne tunisino a Santa Maria a Vico, nel casertano, anch’egli considerato dagli inquirenti capo cellula e caporale; Tahar Ben Rhouma Mehdaoui, detto “Mohamed” o “Gullit”, 38enne tunisino residente a Nardò, capo squadra; Nizar Tanjar, 35enne sudanese, residente a Siracusa, anch’egli capo cellula e caporale e Houcine Zroud, 46enne tunisino residente a Santa Croce Camerina (Ragusa), a cui era affidato, oltre al ruolo di caporale, anche quello di reclutatore.

Tra i reati contestati – oltre a quello di riduzione e mantenimento in schiavitù e servitù e tratta di persone – vengono contestati l’associazione a delinquere, l’intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, estorsione, falsità materiale ed ideologica commessa dal privato e dal pubblico ufficiale in atti pubblici nonché il favoreggiamento dell’ingresso di stranieri nel territorio dello Stato in condizioni di clandestinità. Importante, ancora una volta, è stato il contributo arrivato dalle intercettazioni telefoniche, grazie alle quali è stato possibile definire come fosse proprio il gruppo dei datori di lavoro italiani ad imporre il caporalato e le disumane condizioni di lavoro.

 

 

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