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CATANIA – Morto capo storico clan Laudani: questore vieta funerali pubblici


Il Questore di Catania ha adottato il provvedimento di divieto di funerali pubblici per Sebastiano Laudani, capo dell’omonimo sodalizio criminale di stampo mafioso, soprannominato “Mussi di Ficurinia”, deceduto all’eta di 91 anni per cause naturali, nella giornata del 10 agosto scorso.

Con lo stesso provvedimento l’Autorità di Pubblica Sicurezza ha disposto che le esequie avvenissero alle prime luci del mattino, in forma privata, presso la Cappella Cimiteriale, senza corteo o manifestazioni esterne di alcun tipo.

Laudani è stato diverse volte colpito da provvedimenti giudiziari e condannato per gravi reati come associazione mafiosa, omicidio ed estorsione. Era agli arresti domiciliari per gravi motivi di malattia. Storico alleato del clan Santapaola ha partecipato agli inizi degli anni ’90 alla guerra di mafia contro le cosche dei Cursoti e dei boss Cappello e Pillera che in due anni, nel 1991 e nel 1992, fecero registrare nel Catanese oltre 200 morti ammazzati. 

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CATANIA – Abusi su minorenni durante riti religiosi, 4 arresti


 Il rapporto sessuale non come attofisico, ma come ‘amore pulito, dall’alto, purificatore’. Era il plagio a cui sei minorenni, tre delle quali intanto diventate adulte, sarebbero state sottoposte da Piero Alfio Capuana, bancario di 75 anni in pensione, da 25 anni alla guida di una comunità laica di ispirazione cattolica che, secondo l’accusa,avrebbe violentato ragazzine di età compresa tra i 13 e 15 anni, anche con la complicità delle madri delle vittime.

E’ il quadro che emerge dall’inchiesta ’12 apostoli’ della Procura di Catania che ha portato all’arresto di Capuana, padre di un ex assessore regionale, Daniele, estraneo alle indagini, e di tre donne poste agli arresti domiciliari: Katia Concetta Scarpignato, di 57anni, Fabiola Raciti, di 55, e Rosaria Giuffrida, di 57.

Quest’ultime due facevano parte dei ’12 apostoli’ che, emerge dalla indagini della polizia postale, erano i più stretti collaboratori di Capuana nella congregazione religiosa, denominata “Associazione Cattolica Cultura ed ambiente”, di Aci Bonaccorsi (CT).

Alla associazione, fondata da un sacerdote, padre Cavalli, deceduto, e gestita, da anni, da Pietro Capuana, aderiscono circa 5.000 persone. Il gruppo ha un fiorente girod’affare con la vendita di prodotti agricoli coltivati daglistessi associati. 

Le indagini della polizia postale di Catania sono stata avviate nella primavera del 2016, dopo che una madre scopre sul cellulare della figlia minorenne le violenze che la ragazzina subiva, e delle quali parlava con un’amica su una chat.

Intercettazioni e indagini, coordinate dalla Procura distrettuale, hanno permesso di accertare che ragazzine fragili, in 25 anni, venivano selezionate dalle tre donne per essere ‘offerte’ all”Arcangelo’ per la loro ‘purificazione’.

A volte, è emerso, erano le stesse madri, plagiate, a ‘consegnare’ le figlie all’uomo. Le minorenni avevano dei ‘turni’ nella casa dell’uomo: pensavano a lavarlo, vestirlo, pulire la sua abitazione e soddisfare anche le sue richieste sessuali, talvolta anche in gruppo.

Le vittime erano costrette anche a sottoscrivere delle lettere in cui dichiaravano il loro amore per il Capuana e di essere consenzienti alle sue richieste sessuali.

Se rifiutavano erano accusate di essere prive di fede in Dio e anche multate. La Procura di Catania ricostruisce anche di atteggiamenti penalmente rilevanti compiuti anche all’interno del cosiddetto “cenacolo”, dove la Comunità si riuniva con cadenza settimanale per riunioni su argomenti religiosi, in occasione delle quali l’uomo faceva delle “locuzioni” religiose, proclamandosi la reincarnazione di un Arcangelo.

E poi, con una cerchia ristretta di appartenenti alla congregazione, restava a ballare, stringendo a sé e baciando le minorenni. Durante perquisizioni compiute dalla polizia postale è stato sequestrato materiale cartaceo ed informatico, tra cui moltissime delle lettere redatte dalle minorenni e il “registro” con gli elenchi nominativi di migliaia di iscritti.

In casa di due degli indagati sono stati sequestrati, complessivamente, 60mila euro in contanti.

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STRAGE BORSELLINO – Tutti assolti nel processo di revisione


La corte d’appello di Catania, che celebrava il processo di revisione delle condanne, alcune delle quali all’ergastolo, emesse a Caltanissetta a carico di 9 persone coinvolte ingiustamente nell’attentato al giudice Paolo Borsellino, ha assolto tutti gli imputati dall’accusa di strage.

Il processo di revisione è stato chiesto, inizialmente, dalla procura generale di Caltanissetta ed è stato celebrato a Catania, come prevede la legge. A consentire il nuovo giudizio sono state le rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza.

Dopo le dichiarazioni di Spatuzza, che ha riscritto la storia della fase esecutiva della strage, smentendo le menzogne raccontate da pentiti come Vincenzo Scarantino, per nove persone, ingiustamente condannate a vario titolo per l’eccidio, tra cui lo stesso Scarantino, è stata chiesta la revisione del processo. Per quelle che erano detenute è stata anche sospesa l’esecuzione della pena che era ormai definitiva.

Il giudizio di revisione riguarda Gaetano Murana, difeso dall’avvocato Rosalba Di Gregorio, Giuseppe Orofino, Cosimo Vernengo, Natale Gambino, Salvatore Profeta, Giuseppe La Mattina, Gaetano Scotto, assistito da Giuseppe Scozzola, Vincenzo Scarantino e Salvatore Candura.

Quest’ultimo era stato condannato solo per il furto della macchina che venne imbottita di tritolo e non per il reato di strage, mentre Orofino era stato ritenuto responsabile di appropriazione indebita, favoreggiamento e simulazione di reato. Tomasello aveva avuto una condanna per associazione mafiosa e non per strage.

Le pg di Catania avevano chiesto per tutti la revisione tranne che per Tomasello, sostenendo che a suo carico non ci fossero elementi per una valutazione nuova. La corte d’appello, invece, ha assolto anche lui. Resta per chi ne rispondeva, tranne per Tomasello, la condanna per mafia già abbondantemente scontata da tutti tranne che da Scotto.

Sarà ora la corte d’appello di Caltanissetta a dover rideterminare la pena, passaggio fondamentale per quantificare i risarcimenti dei danni che chi è stato condannato ingiustamente chiederà. Da risarcire, infatti, saranno solo i danni derivanti dalla ingiusta condanna per strage, visto che quella di mafia è definitiva. I risarcimenti potranno essere richiesti quando la sentenza di oggi diventerà definitiva.

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CATANIA – Stop ai “big boss” della prostituzione [VIDEO]


Cinque persone, tra cui tre romeni, sono state arrestate dalla Polizia di Stato a Catania con l’accusa di sfruttare giovani romene che venivano fatte prostituire. Per costringere le ragazze a ‘lavorare’ per loro i componenti della banda le avrebbero spesso malmenate. Una sesta persona è riuscita a sfuggire all’arresto ed è ricercata.

L’operazione è stata denominata ‘Big Boss’. A dare il via alle indagini le dichiarazioni di una giovane vittima avviata alla prostituzione con la minaccia che le avrebbero sottratto il figlio minorenne rimasto in Romania. La ragazza è fuggita e ha contattato un cliente, che l’ha aiutata a scappare e a rivolgersi agli agenti.

La Polizia di Stato ha eseguito una ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip. Le accuse sono di associazione per delinquere finalizzata allo sfruttamento della prostituzione in pregiudizio di giovani donne, compresa una minorenne, e di favoreggiamento personale.

Ai tre romeni, Gheorghe Eduard Ciobanu, di 23 anni – considerato il capo dell’organizzazione, chiamato dai componenti ‘Big Boss’, da cui il nome dell’operazione -, Marius Negoita, di 34, e Marcel Dumitru, di 23, il provvedimento restrittivo è stato notificato in carcere, dove si trovano detenuti. Agli arresti domiciliari sono stati posti due italiani, Salvatore D’Anna, di 45, e Angelo La Spina, di 55.

La ragazza ha raccontato di aver lasciato il suo Paese d’origine insieme a un connazionale che una volta giunti in Italia, le aveva sottratto la carta di identità e l’aveva costretta a prostituirsi con la minaccia di sottrarle il figlio. Lei aveva aveva cominciato a prostituirsi sotto il costante controllo dello sfruttatore, ma dopo qualche settimana aveva deciso di darsi alla fuga.

Le indagini si sono avvalse anche di una fitta rete di intercettazioni. Ciobanu secondo quanto accertato, oltre a sfruttare le prostituite nella sua disponibilità, avrebbe preteso dai due connazionali sfruttatori il versamento di somme di denaro per il ‘posto di strada’ di ogni rumena che veniva fatta prostituire. I due italiani, pur estranei all’associazione criminale, avrebbero favorito sia la prostituzione delle giovani donne, sia i loro sfruttatori.

I tre erano stati fermati il 29 maggio scorso in base a un decreto emesso dalla Procura della Repubblica per il fondato pericolo che fuggissero e successivamente ha emesso una ordinanza di custodia cautelare, eseguita il giorno successivo dalla squadra mobile.

Durante le indagini la Polizia di Stato ha arrestato un altro romeno, Gabriel Condras, che era ricercato nel suo Paese perché doveva espiare una pena di tre anni e due mesi di reclusione per il reato di partecipazione a un’organizzazione criminale dedita al traffico illecito di tabacchi e nei confronti del quale l’autorità giudiziaria di Caras Severin (Romania) aveva emesso un mandato d’arresto europeo.

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CATANIA – Rinviato a giudizio per concorso esterno all’associazione mafiosa l’Editore Mario Ciancio Sanfilippo


 

Il Gup di Catania, Loredana Pezzino, ha rinviato a giudizio per concorso esterno all’associazione mafiosa l’editore Mario Ciancio Sanfilippo. La decisione arriva dopo che la Cassazione ha annullato con rinvio il proscioglimento dell’imprenditore disposto dal Gup Bernabò Di Stefano. Il processo comincerà il 20 marzo 2018 davanti la prima sezione del Tribunale penale.

“E’ un rinvio a giudizio che non mi stupisce. La mia assoluta estraneità ai fatti che mi vengono contestati è nelle indagini dei Carabinieri del Ros. Sarebbe abstato leggerle per decidere diversamente”. Lo afferma Mario Ciancio Sanfilippo sulla decisione del Gup di Catania. “Non posso però fare a meno di dire – aggiunge l’Editore – che provoca in me un moto di indignazione il fatto che una ricostruzione fantasiosa e ricca di errori e di equivoci – che ha deformato 50 anni della mia storia umana, professionale e imprenditoriale, alterando fatti, circostanze ed episodi, sostituendo la verità con il sospetto – sia stata adottata quale impermeabile capo di accusa per attivare un processo contro di me. Ho sempre piena fiducia nell’operato della magistratura e- osserva Ciancio Sanfilippo – non ho dubbi che sarò assolto da ogni addebito”.

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CATANIA – Vedova uccisa nel cimitero. Svolta shock: il dna incastra il figlio


Svolta nelle indagini sull’omicidio di Maria Concetta Velardi, 59 anni, uccisa il 7 gennaio del 2014 nel cimitero di Catania, dove si era recata per una visita alla tomba di famiglia: la polizia di Stato ha arrestato il figlio Angelo Fabio Matà per omicidio aggravato.

Nei suoi confronti la squadra mobile ha eseguito un’ordinanza del Gip. Ad accusarlo il suo dna, trovato sulle tracce biologiche rilevate sul luogo del delitto. Il movente sarebbe da ricondurre a dissidi familiari tra madre e figlio.

Maria Concetta Velardi fu trovata, nel pomeriggio del 7 gennaio del 2014, con la testa fracassata da un grosso masso di pietra lavica non distante dalla cappella di famiglia. A denunciare il ritrovamento fu suo figlio, Angelo Fabio Matà, 44 anni, sottufficiale della Marina militare, che spostò la grossa pietra, sporcandosi le mani di sangue, e chiese aiuto a un custode, che avvisò la polizia.

Agli investigatori disse che intorno alle 17 era andato a prendere un caffè al bar e che quando era tornato aveva trovato la madre per terra uccisa fuori dalla cappella, dove però aveva lasciato, in modo ordinato, le sue scarpe. Fu esclusa subito la rapina perché la donna aveva indosso una collana e un suo bracciale fu trovato vicino al masso.

La vedova era abitudinaria: si recava tutti i giorni al cimitero per pregare e pulire la cappella della famiglia Matà, dove sono tumulati anche suo marito Angelo e suo figlio Lorenzo, morto nel 2009 anni fa per un male incurabile.

Le indagini della squadra mobile della Questura, coordinate dalla Procura, si indirizzarono anche sul figlio che è stato indagato assieme ad altre quattro persone, poi uscite dall’inchiesta: due presunti ‘spasimanti’ della vedova e una coppia di romeni che frequentava il cimitero.

Gli investigatori ritengono che adesso sono stati “acquisiti univoci e concordanti indizi di colpevolezza nei confronti del figlio della vittima e svelare il movente dell’omicidio”.

Matà aveva anche, tramite i suoi difensori, esposto la tesi che al delitto avesse partecipato anche una donna e che ad assassinare la madre fossero stati in due. Aveva per questo chiesto la riesumazione della salma per verifiche su ferite alla schiena della vittima per verificare se fossero state provocate da unghiate. La richiesta è stata rigettata dal Tribunale.

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LEGA PRO – Catania e Siracusa subito fuori dai play off


Lega Pro, play off. Finisce l’avventura del Catania, gli etnei lottano ma non vanno oltre il pareggio a Castellammare contro la Juve Stabia , finisce 0-0.

I campani hanno sprecato almeno tre palle gol ma i rossazzurri dopo appena mezz’ora sono rimasti in 10 per l’espulsione di Parisi. Adesso bisogna guardare subito al futuro che passa dalla scelta del tecnico, si fanno i nomi di De Zerbi, Calori, Gautieri, ma con consistenza gira il nome di Cristiano Lucarelli del Messina.

E va fuori anche il Siracusa. Gli aretusei non reggono in casa l’urto della Casertana. I campani segnano dopo appena 8 minuti con Giorno e raddoppiano nel finale con Corado. La fortuna volta le spalle agli azzurri che avevano finito sesti il torneo. Nella gara di ieri hanno colpito un palo ma alcuni uomini chiave sono incappati in una giornata no.

 

 

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CATANIA – Prostituzione e riti voodoo in manette la “madame” nigeriana


Era la ‘madame’ di un’organizzazione che gestiva una rete di giovanissime nigeriane, anche minorenni, da avviare alla prostituzione attirandole in Sicilia con la promessa di farle lavorare in Europa e minacciando con riti voodoo le vittime e i loro familiari di farli perseguitare da incubi e demoni se non avessero fatto fronte al debito contratto, una cifra che oscillava intorno ai 30mila euro a persona.

E’ l’accusa contestata alla nigeriana Belinda John, 37 anni, arrestata dalla squadra mobile della Questura di Catania in esecuzione di un’ ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari emessa dal Gip su richiesta della locale Procura distrettuale.

Le ipotesi di reato sono associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina ed alla tratta di persone, con le aggravanti di avere esposto a pericolo la vita o l’incolumità delle vittime e per avere agito col fine di destinare giovanidonne alla prostituzione o, comunque, allo sfruttamento sessuale ed al fine di trarne profitto.

Le indagini erano state avviate dopo le dichiarazioni di una minorenne nigeriana, arrivata a Palermo con uno sbarco di migranti, sulla nave Siem Pilot, il 24 luglio 2015.

Era partita da Benin City, passando da Lagos, in Nigeria, dove aveva appreso la verità: in Italia non l’aspettava un lavoro, ma l’avvio alla prostituzione per restituire i 35mila euro che la sua famiglia aveva promesso alla ‘madame’.

Durante intercettazioni eseguite dalla squadra mobile è venuta alla luce la storia di un altra vittima che doveva all’indagata 30mila euro per il suo ‘viaggio’, con pagamenti mensili di 4.000 euro.

La giovane donna è scappata, ma la ‘madame’ l’ha fatta contattare telefonicamente dai suoi genitori e l’ha fatta parlare dall’autore del rito voodoo che la minaccia “…i tuoi genitori sono qua da me! Da questo momento in poi tu devi parlare con la verità ! Se tu dirai delle bugie, morirai…”.

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E’ morto il magistrato Giovanni Tinebra protagonista delle indagini più delicate sulle stragi di mafia


Lutto nel mondo della magistratura siciliana. Si è spento all’età di 76 anni a Catania l’ex procuratore generale Giovanni Tinebra. Era da tempo malato. Originario di Caltanissetta.
 
Dal luglio 1992 al 2001 è Procuratore della Repubblica di Caltanissetta. In quegli anni è titolare delle inchieste per la strage di Capaci e per la strage di via d’Amelio “basato totalmente sulle dichiarazioni di Vincenzo Scarantino, pentito ritenuto successivamente inaffidabile”

Nel 2001 prende il posto di Giancarlo Caselli al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria.Lascia il DAP nel novembre 2006 ed è nominato all’unanimità dal Consiglio Superiore della Magistratura Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Catania. È stato vice presidente di Magistratura Indipendente e presidente del Comitato scientifico dell’Osservatorio permanente criminalità organizzata di Siracusa.

È rimasto procuratore generale fino alla pensione nel novembre 2014. Dal 2014 è  stato presidente della Commissione tributaria provinciale di Catania.

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GIUSTIZIA – Csm nomina Ignazio Fonzo Procuratore aggiunto di Catania


Ignazio Fonzo è il nuovo Procuratore aggiunto di Catania. Lo ha deciso il plenum del Consiglio superiore della magistratura che oggi pomeriggio ha dato il via libera alla nomina. Fonzo lascia l’incarico di Procuratore aggiunto di Agrigento per tornare nella sua Catania, nella Procura guidata da Carmelo Zuccaro. “Capacità, laboriosità, diligenza, impegno”, ecco, le caratteristiche di Fonzo, come viene descritto nelle motivazioni del Csm. Fonzo “è magistrato che ha confermato di possedere ottime capacità professionali, dimostrando diligenza, impegno ed equilibrio nella sua attività, fin qui esercitata pressoché esclusivamente nel settore requirente, doti che, unite alla costanza del suo rendimento nel tempo, gli hanno consentito di ottenere risultati considerevoli, di maturare ampia esperienza e di acquisire notevoli capacità organizzative e di relazione con i colleghi di ufficio e con tutti i soggetti istituzionali con i quali è entrato in contatto”.

Il parere rimarca “l’ottima preparazione tecnico-giuridica del magistrato, unita alla maturata esperienza nello svolgimento delle funzioni requirenti, grazie anche alla sua pregressa attività presso l’Ufficio della Procura della Repubblica di Catania, quale componente della Direzione Distrettuale Antimafia”. Si rimarcano le “ottime ed aggiornate conoscenze'” in materia, che gli hanno consentito di “gestire al meglio le attività tabellarmente assegnategli, ivi comprese le comunicazioni di aggiornamento con i componenti i gruppi di lavoro dallo stesso coordinati” e la particolare cura nell’aggiornamento dottrinale e giurisprudenziale.

 

Fonzo si è anche occupato dei protocolli con il Commissariato per la gestione dell’emergenza immigrazione a Lampedusa e la locale Agenzia delle Dogane, che “hanno permesso di smaltire le centinaia di imbarcazioni sequestrate, senza oneri per la Pubblica Amministrazione Menzionato nelle motivazioni anche l’avvio di numerose procedure di demolizione di manufatti edilizi illeciti sorti all’interno della cosiddetta “Zona A ” della Valle dei Templi di Agrigento e per i quali risultavano emesse sentenze di condanna alla demolizione definitive anch’esse risalenti ad oltre 20 anni or sono. E proprio sul punto il Consiglio Giudiziario ha ritenuto che Fonzo meritasse una particolare menzione “poiché la sua attività organizzativa e direttiva ha in effetti avuto risultati concreti e tangibili, attesi dalla popolazione locale e nazionale anche da decenni e, si noti bene, nel caso degli ecomostri di Realmonte senza, peraltro, alcun costo a carico dell’Erario posto che a seguito dell’attivazione dei suddetti procedimenti i manufatti in questione sono stati demoliti direttamente dai proprietari a loro cura e spese”.

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