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RIBERA – Dose di eroina letale: 9 anni per Valerio Zinerco


La Cassazione ha confermato la sentenza di condanna a 9 anni di reclusione emessa dalla Corte d’Appello di Palermo il 23 maggio 2016, a carico di Valerio Zinerco, 30 anni, di Ribera, ritenuto il personaggio chiave dell’ inchiesta antidroga cosiddetta “Veleno” che il 16 luglio 2014 ha provocato 53 misure cautelari, tra carcere, domiciliari e obblighi di dimora. Zinerco avrebbe ceduto la dose di eroina che si sarebbe rivelata mortale per Jessica Miceli, una ragazza di Ribera di 20 anni. A favore del padre, la madre e la sorella dio Jessica Miceli, costituiti parte civile e assistiti dall’avvocato Rino Messina, è stato riconosciuto un risarcimento di 250mila euro più le spese legali, quantificate in 5 mila euro.

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TORINO – Condannato il “Boss dei due Mondi” di Siculiana


La Corte d’Assise d’Appello di Torino ha condannato a 21 anni di reclusione per traffico internazionale di stupefacenti Alfonso Caruana, originario di Siculiana in provincia di Agrigento, ritenuto, già tra gli anni ’80 e ’90, “il boss dei due mondi”, in ragione dei suoi affari oltre oceano. Caruana sarebbe socio di Pasquale Cuntrera, anche lui di Siculiana e altro presunto storico esponente della omonima famiglia di Cosa Nostra. La Procura Generale ha invocato la condanna di Caruana a 30 anni di reclusione e la custodia cautelare in carcere per scongiurare il pericolo di fuga. Alfonso Caruana è stato estradato dal Canada dopo anni di battaglie legali, ed è attualmente detenuto in Sicilia a seguito di un altro processo. Nell’ambito dell’indagine che ha determinato l’attuale condanna, nel 1994 i Carabinieri sequestrarono un tir con un carico di oltre 5 tonnellate di cocaina proveniente dal Sud America e destinato a Borgaro Torinese.

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LICATA – Uccise e sotterrò il cadavere della vittima, condannato all’ergastolo


La Corte d’assise di Agrigento ha condannato all’ergastolo con isolamento diurno per un anno Angelo Carità nell’ambito del processo per l’omicidio di Angelo Brunetto. La Corte ha accolto la richiesta dei pubblici ministero Salvatore Vella e Ignazio Fonzo.

Giovanni Brunetto, imprenditore agricolo di 56 anni fu ammazzato e sotterrato in un terreno nelle campagne di Canicattì. Secondo l’accusa Brunetto sarebbe stato ucciso perché aveva scoperto una truffa in suo danno e avrebbe preteso la restituzione di una somma, almeno 40 mila euro, che aveva prestato ad Angelo Carità. Il cadavere di Brunetto fu rinvenuto in un appezzamento di terreno della casa di campagna di un avvocato che aveva commissionato a Carità dei lavori agricoli. L’imputato è tornato libero il giorno del rinvio a giudizio per la scadenza dei termini di custodia cautelare e il Riesame aveva anche annullato il provvedimento cautelare che era seguito al fermo decretato dalla Procura di Agrigento.

Il cadavere di Brunetto venne scoperto alcuni mesi dopo. L’imprenditore fu ucciso il 7 maggio del 2013 mentre i suoi resti furono trovati il 28 ottobre e l’autopsia rivelò che aveva una frattura alla teca cranica.

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AGRIGENTO – “Nacque in ritardo”, condannata l’Asp: deve risarcire 2 milioni di euro


Il giudice della sezione civile, Andrea Illuminati, ha condannato l’Asp di Agrigento a risarcire 2 milioni e 30 mila euro ad una famiglia di Favara. A causa del ritardo nel parto, la neonata – adesso quindicenne – ha riportando danni gravissimi, irreversibili, che l’hanno resa disabile. Lo riporta oggi il quotidiano La Sicilia. Il parto avvenne nel 2001 all’ospedale “San Giovanni di Dio” di Agrigento. Soltanto nel 2013, la famiglia rivolgendosi all’avvocato Maria Luisa Spoto decise di chiedere il risarcimento del danno subito.

A livello penale non sono state individuate responsabilità in medici ed infermieri. Non è escluso che sia tutto finito. E’ anzi probabile che l’azienda sanitaria provinciale ricorrerà in appello.  

 

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AGRIGENTO – “Dammi i soldi o pubblico foto osè”: una condanna


Era accusato di aver ricattato una donna che aveva conosciuto su Facebook. Un agrigentino, di 41 anni, ha chiesto e ottenuto il patteggiamento a una condanna a 2 anni e 8 mesi dopo che lo stesso era finito a processo perchè accusato di aver chiesto del denaro ad una donna che aveva conosciuto sul famoso social network e col quale aveva avuto una relazione minacciandola di pubblicare foto “osè” se non gli avesse dato dei soldi. La donna per una volta ha pagato ma poi viste le ripetute richieste dell’uomo si era rivolta alle forze dell’ordine. Ora la condanna.

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PALMA DI MONTECHIARO – Condannato a 5 anni di reclusione per droga e armi


Il 31 marzo 2015 la Squadra Mobile di Agrigento, capitanata da Giovanni Minardi, ha arrestato, per coltivazione e detenzione di stupefacenti, e per detenzione abusiva di munizioni, Antonino Di Rosa, 26 anni, di Palma di Montechiaro. Antonino Di Rosa, nel corso di una perquisizione, è stato sorpreso in possesso di 144 piantine di marijuana, 66 semi della stessa pianta, oltre 300 grammi di ketamina, più di 13 chili di hashish, e quasi un chilo e mezzo di cocaina, per un valore di mercato complessivo di circa 900 mila euro. I poliziotti della Mobile hanno anche sequestrato 61 cartucce per pistola di vario calibro. Adesso, ad Agrigento, al palazzo di giustizia, a conclusione del giudizio abbreviato, il giudice per le udienze preliminari, Stefano Zammuto, ha condannato Antonino Di Rosa a 5 anni di reclusione.

 

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AGRIGENTO – Si finse esattore dei boss, condannato in Appello Ignazio Natalello


La Corte d’Appello di Palermo ha confermato la condanna emessa il 2 maggio scorso dal Tribunale di Agrigento, a conclusione del giudizio abbreviato, a 2 anni e 2 mesi di reclusione a carico dell’agrigentino Ignazio Natalello, 60 anni, perché avrebbe tentato di estorcere denaro ad alcuni commercianti del Villaggio Mosè millantando di essere un esattore del boss detenuto, Gerlandino Messina. Natalello avrebbe inserito della colla nelle serrature di 4 esercizi commerciali, e avrebbe anche telefonato ai commercianti per estorcere denaro. L’uomo è stato sorpreso ad intascare una busta con 300 euro. L’ imputato è assistito dall’ avvocato Salvatore Cusumano.

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AGRIGENTO – Condanna definitiva per calunnia per l’Avv. Arnone. Pena non sospesa


La Cassazione ha rigettato il ricorso della difesa, e ha confermato la sentenza di condanna ad 1 anno e 4 mesi di reclusione, per il reato di calunnia, a carico dell’ avvocato agrigentino, Giuseppe Arnone. Parte offesa del reato sono gli esponenti del Partito Democratico agrigentini Epifanio Bellini, Domenico Pistone e Angela Galvano, che si sono costituiti parte civile. I 3 sono stati destinatari di una denuncia di Arnone poi archiviata, con conseguente imputazione dello stesso Arnone del reato di calunnia. La condanna, già ridotta di un terzo perché frutto del giudizio abbreviato, non è sospesa in ragione delle precedenti condanne subite dallo stesso Arnone. Secondo il codice di procedura penale, sarà adesso la Procura generale di Palermo ad emettere un ordine di esecuzione della condanna con termine di 30 giorni per richiesta di misura alternativa, tra affidamento ai servizi sociali o domiciliari. E si procederà ad un’apposita udienza di trattazione innanzi al Tribunale di Sorveglianza.

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CASTELVETRANO – Uccise il suo estortore, condannato a nove anni e 4 mesi


Il giudice delle udienze preliminari di Marsala Annalisa Amato ha condannato a 9 anni e 4 mesi di carcere il commerciante ambulante di Castelvetrano Salvatore Accardi, 61 anni, che la sera dello scorso 10 gennaio ha ucciso, con un colpo di fucile, Ignazio Pellicane, 40 anni.

Dalle indagini è emerso che la vittima, da oltre dieci anni, vessava il commerciante con ripetute piccole richieste estorsive, oppure si rifiutava di pagare per i panini o le bibite che consumava. Il tragico epilogo ebbe come teatro la via Caduti di Nassiria, nella zona commerciale di Castelvetrano, dove Salvatore Accardi, che era in compagnia del figlio e di una collaboratrice, aveva parcheggiato il suo camion-panineria.

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MILANO – “Frode Iva per 43 milioni di euro”, condannato Dell’Utri


Il siciliano Marcello Dell’Utri, l’ex senatore del Pdl che sta scontando una pena definitiva di 7 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, è stato condannato a 4 anni di reclusione al processo con rito abbreviato in cui è imputato con altre persone per una presunte frode Iva da circa 43 milioni di euro.

La vicenda riguarda una compravendita di spazi pubblicitari televisivi. Il gup Sacco, che ha assolto Dell’Utri dall’accusa di bancarotta documentale e ha dichiarato per lui e per i suoi coimputati la prescrizione dei reati commessi prima del 2008, ha inflitto altre 4 condanne con pene che vanno dai 2 anni e mezzo ai 3 anni e mezzo.

Inoltre il giudice ha disposto l’interdizione dai pubblici uffici e dagli incarichi direttivi in società e imprese commerciali per 10 anni e confische di beni mobili e immobili per cifre che vanno dai 238 mila euro a oltre 2 milioni di euro.

Infine, oltre ad aver accolto due patteggiamenti, il gup ha mandato a processo l’altro protagonista della vicenda e cioè Giuseppe Donaldo Nicosia, latitante e amico di lunga data e socio di Dell’Utri, peraltro coinvolto nella vicenda dei Panama Papers. Per lui e per una seconda persona il dibattimento si aprirà il prossimo 22 febbraio davanti alla seconda sezione penale del tribunale di Milano.

Il pm Sergio Spadaro, titolare dell’indagine, per l’ex senatore aveva chiesto 5 anni di reclusione e per gli altri imputati condanne comprese tra i 4 e i 3 anni, ipotizzando a vario titolo accuse che andavano dalla frode fiscale alla omessa dichiarazione dei redditi, dalla bancarotta fraudolenta alla appropriazione indebita.

Secondo la ricostruzione della Procura Dell’Utri, con la complicità anche di Nicosia, socio nella spagnola Tome Advertising, società che con Ics (poi fallita) e Tome Italia è al centro dell’inchiesta, avrebbe frodato l’erario per non aver versato l’Iva pari a una cifra di oltre 43 milioni di euro nel periodo 2005-2011. Frode realizzata attraverso gli spazi commerciali venduti dai concessionari Publitalia 80 per le reti Mediaset e da Sipra per le reti Rai (non indagate), con l’interposizione di società “cartiere” (Ics), e tramite fatture inesistenti per circa 258 milioni. Il giudice, che depositerà le sue motivazioni entro 90 giorni, ha però dichiarato la prescrizione dei reati commessi prima del 2008.

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