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CANICATTI’ – L’omicidio di Marco Vinci. La condanna e l’appello della Chiesa: “Tutti alla processione”


“Ancora una volta le strade di Canicattì sono macchiate di sangue siamo
profondamente addolorati, dispiaciuti, amareggiati di questa barbarie
così inumana. Non è possibile non è concepibile che un fratello alzi la
mano contro un altro fratello. Si ripete ancora la storia di Caino e
Abele”. Don Giuseppe Argento, vicario foraneo di Canicattì, a nome del
clero cittadino, condanna l’omicidio del giovane Marco Vinci, ucciso a
coltellate, stanotte, in piazza Dante, e invita tutti i canicattinesi a
partecipare, stasera, alla processione del Corpus Domini, per unirsi in
preghiera per la città.

“Siamo profondamente colpiti e dispiaciuti che un ragazzo così giovane
abbia perduto la vita per mano di un altro giovane – aggiunge il
sacerdote – Condanniamo, condanniamo questo delitto. Nessuno può alzare
la mano contro un altro fratello. La messa e la processione di oggi
saranno processioni penitenziali perché il Signore liberi la nostra
città dal male, perché il Signore liberi le nostre famiglie dal male,
che il Signore rintenerisca il cuore dei giovani e che possano ritornare
a Lui perché lontani da Dio non c’è serenità, non c’è pace.
Allontanandoci da Dio entra nel cuore dell’uomo il non Dio, cioè –
spiega padre Argento – tutte quelle cattiverie che possano esistere
sulla faccia della terra”.

Un appello quindi ai cittadini di Canicattì affinché in massa possano
dare testimonianza. La messa, nel giorno della festa del Corpo e Sangue
di Gesù, sarà celebrata alle 19, in chiesa Madre. Al termine della
funzione, in processione si raggiungerà la parrocchia San Biagio,
passando da via Marconi, piazza IV Novembre, via Capitano Ippolito, via
Rosolino Pilo e via Verdi.

luogo_omicidio_canicatti

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PALERMO – Agguato mafioso alla Zisa. Ucciso il boss Giuseppe Dainotti


Il boss sessantasettenne Giuseppe Dainotti è stato ucciso a colpi di pistola in strada a Palermo. Sarebbe stato affiancato da due killer, forse in moto, che gli avrebbero sparato in testa.

Dainotti era in bici, in via D’Ossuna, nel quartiere Zisa. Era stato scarcerato nel 2014. A chiamare la polizia sono stati alcuni residenti della zona che hanno sentito i colpi di arma da fuoco. Tutto questo è successo alla vigilia del 25° anniversario della strage di Capaci e a 30 metri da uno dei due ingressi dell’istituto Sant’Anna che ospita la scuola dell’infanzia, primaria e secondaria di primo grado. L’istituto è gestito dalle suore. 

“Ho sentito due colpi d’arma da fuoco – racconta una donna tunisina che vive a pochi metri dal luogo dell’agguato -. Erano le 7.50. Erano da pochissimo usciti i miei figli. Mi sembravano fuochi d’artificio. Qui si sparano sempre, a qualunque ora. Mi sono affacciata e ho visto un uomo a terra che perdeva sangue dalla testa. In strada non c’era nessuno. Poco dopo è arrivato un ragazzo con una maglietta celeste. Gridava ‘zio Peppino, zio Peppino’. Non avevo mai sentito colpi di pistola. Una volta che mi sono resa conto che era stato commesso un omicidio sono rimasta impietrita”. 

Quello di Dainotti è un nome importante negli organigrammi mafiosi. Boss del mandamento di Porta Nuova, fu condannato per omicidio e per la rapina miliardaria al Monte dei Pegni nel 1991. Venne scarcerato, nonostante la condanna all’ergastolo, grazie a una sentenza della Corte Costituzionale che bocciò il cosiddetto “ergastolo retroattivo”, giudicando illegittima una norma che, in determinati casi, consentiva retroattivamente l’applicazione del carcere a vita anziché quella della pena più favorevole dei 30 anni.

La Cassazione, in forza del verdetto, dovette commutare in 30 anni diverse condanne all’ergastolo, tra cui quella di Dainotti. Che nel 2014 fu liberato per espiazione della pena. Il verdetto della Consulta seguiva la cosiddetta legge Carotti che, entrata in vigore nel gennaio 2000, consentiva ai colpevoli di reati per cui era previsto l’ergastolo di vedere commutata la pena in 30 anni di carcere se chiedevano il rito abbreviato.

A questa legge, nel novembre 2000 seguì un decreto interpretativo, che, di fatto, all’art. 7 ne cancellava i contenuti, stabilendo che chi chiedeva l’abbreviato aveva diritto solo a non fare l’isolamento diurno. Ma questa lettura della norma venne prima respinta dalla Corte di Strasburgo, poi dalle sezioni unite della Cassazione nell’aprile 2012 e quindi dalla Corte costituzionale.

A pochi mesi dalla sua scarcerazione, avvenuta nel 2014 per espiazione pena, Dainotti era già nel mirino dei suoi nemici interni a Cosa nostra. Il fermo di chi lo aveva condannato a morte scongiurò il suo omicidio. Dal carcere, il boss Giovanni Di Giacomo, con cui Dainotti gestiva negli anni 90 traffici di droga, aveva dato l’ordine al fratello Giuseppe Di Giacomo, ucciso poi a marzo del 2014, di eliminare alcuni esponenti mafiosi che si stavano organizzando per assumere il comando del mandamento.

Tra le vittime designate anche Dainotti. Fibrillazioni interne alla cosca accese dall’arresto del padrino di Porta Nuova Alessandro D’Ambrogio. Imputato al maxiprocesso, una sfilza lunghissima di condanne per mafia, omicidio, favoreggiamento, rapina, droga, Dainotti era uno dei fedelissimi del capomafia Salvatore Cancemi, poi passato tra i ranghi dei collaboratori di giustizia. Le modalità dell’agguato rendono praticamente certa la matrice mafiosa del delitto. Il primo omicidio di Cosa nostra dopo tre anni di pace tra le cosche. L’ultimo padrino a essere ucciso è stato proprio Giuseppe Di Giacomo, che secondo i piani del fratello, avrebbe dovuto assassinare Dainotti.

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AGRIGENTO – Violenza sessuale, omicidio, estorsione: arrestati 3 nigeriani [VD TG]


“Ha ucciso mio fratello e ha usato violenze anche su di me”: è l’accusa mossa da una donna migrante, tra gli sbarcati lo scorso 16 aprile a Lampedusa, rivolta ad uno dei tre nigeriani fermati dalla squadra mobile di Agrigento, presunti trafficanti di esseri umani responsabili, secondo la polizia, di “gravissimi crimini”. Il racconto è agli atti dell’inchiesta aperta dalla Procura distrettuale di Palermo.

Il giovane africano indicato dalla donna quale autore della morte del fratello avrebbe agito in quella circostanza, insieme ad un libico.

Torturavano i migranti, li stupravano, con angherie e cattiverie di ogni tipo. Racconti drammatici da persone che hanno dovuto vivere tanti inferni, fatti di privazioni e di terrore. Tre nigeriani,  sono stati arrestati dalla squadra mobile di Agrigento,  si tratta  di Godwin Nnodum, 41 anni, Bright Oghiator, 28 anni, e Goodness Uzor, 24 anni.“

Ai tre nigeriani sono contestati gravissimi crimini: associazione per delinquere finalizzata alla tratta ed al traffico di esseri umani, sequestro di persona a scopo di estorsione, violenza sessuale, omicidio, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Reati aggravati dalla transnazionalità del reato, dalla disponibilità di armi, dal numero di associati superiore a dieci, dall’aver agito per futili motivi, dall’aver adoperato sevizie ed agito con crudeltà.

Agghiaccianti le dichiarazioni dei migranti che hanno subito le torture e le sevizie: “Venivano armati di fucile e vestiti in abiti civili, erano spregiudicati. Picchiavano brutalmente e senza alcun motivo i migranti. Personalmente sono rimasto vittima, in più occasioni, delle loro inaudite crudeltà. Una volta mi hanno legato le gambe e poi mi hanno picchiato ripetutamente, con un bastone, nella pianta dei piedi, procurandomi delle profonde lesioni e una frattura, tanto da impedirmi nella deambulazione per circa tre mesi” è il racconto.

Il personale della Squadra Mobile, coordinata dal vice dirigente Vincenzo Di Piazza, ha sviluppato l’attività investigativa tra Lampedusa e Agrigento, riuscendo a raccogliere tra i migranti diverse testimonianze ritenute attendibili“ come dichiara nel corso della conferenza stampa il Capo della Squadra Mobile, Giovanni Minardi.

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AGRIGENTO – Omicidio in officina, Giuseppe Mattina massacrato con almeno 18 coltellate [VIDEO]


“Volevo dirti che è tutto a posto, tuo marito è con me, stiamo andando ad un incontro di lavoro”. Questo dice parlando al cellulare il palermitano  Giovanni Riggio, 29 anni, residente a Favara, reo confesso dell’omicidio di Giuseep Mattina, 39 anni, meccanico favarese, telefonando alla moglie della vittima, fra le 20 e le 21 di venerdi, probabilmente dopo avere ucciso il socio in affari.

Emerge, intanto, una novità nell’inchiesta . Sarebbe stato Giovanni Riggio , a dovere dei soldi al 39 enne. Il giovane lo ha dichiarato durante l’interrogatorio, che si è tenuto negli uffici  del Commissariato “Brancaccio” di Palermo, dove è andato a costituirsi, alla presenza degli inquirenti e del suo avvocato Martorana. “Gli dovevo dei soldi  e lui mi asfissiava con continue richieste – ha dichiarato Riggio dopo avere confessato l’omicidio. Gli ho detio che non ne avevo e gli ho chiesto di rivederci lunedi. Mi ha minacciato. Ha minacciato me e la mia famiglia. Ha provato ad aggredirmi, ed ho reagito afferrando un coltello, che ho trovato dentro l’oofficina”.

Mattina è stato ammazzato con almeno 18 coltellate, anche se per una conferma si aspetta l’esito dell’autopsia, all’interno di un magazzino di contrada San Bendetto, nella zona industriale di Agrigento, affittato recentemente dai due soci, per realizzare una concessionaria di auto usate e un’officina.

“E’ stato detto che mio marito gli doveva dei soldi, ma Giuseppe non doveva soldi a nessuno. Anzi lo doveva assumere come dipendente”. La moglie della vittima, ascoltata poche ore dopo l’uccisione del marito, avrebbe specificato questi particolari davanti gli investigatori durante una prima audizione. Nelle prossime ore, verranno ascoltati anche altri familiari ed amici di Giuseppe Mattina.  A coordinare le indagini  ,  della Polizia di Agrigento è il sostituto procuratore Matteo Delpini che, potrebbe dare l’incarico per effettuare l’autopsia sulla salma di Mattina. L’inchiesta dovrà, anche accertare cosa facevano una decina di autovetture dentro il magazzino visto che l’attività risultava ancora in fase di allestimento. Un magazzino anonimo, senza alcuna insegna, senza alcun richiamo. Sul portone verde , con una bomboletta spray nera, risultava essere stato scritto soltanto: “Service” e poi, in verticale, le lettere “M” ed “R”. 

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AGRIGENTO – Omicidio in contrada San Benedetto, ucciso a coltellate un 39enne


Sarebbe stato ritrovato legato con del nastro adesivo. Ha 39 anni e si chiama Giuseppe Mattina l’uomo che è stato ucciso, durante la notte, o verosimilmente nella tarda serata di ieri, all’interno della sua officina, nella zona industriale – in contrada San Benedetto – di Agrigento. L’uomo sarebbe stato assassinato con diverse coltellate. 

A quanto pare, colui che avrebbe commesso il delitto – un ventinovenne Giovanni Riggio – si sarebbe già costituito a Palermo. Il reo confesso sarebbe originario proprio del capoluogo siciliano e dopo aver commesso il delitto è tornato in città per costituirsi al commissariato di Brancaccio. Sul posto  la Squadra Mobile della Questura di Agrigento e la polizia Scientifica. Gli agenti stanno effettuando i rilievi e la ricostruzione della scena del delitto.

Ad indicare il posto preciso dove era avvenuto l’omicidio sarebbe stato – secondo quanto si apprende al momento – lo stesso autore, reo confesso, dell’omicidio. Erano le 4 circa quando il giovane si è presentato alla Questura di Palermo. Era sporco di sangue e riferiva di aver assassinato un uomo. 

La polizia di Stato, che è stata allertata appunto dalla Questura di Palermo, si è recata sul posto: in contrada San Benedetto e, per aprire la saracinesca chiusa dell’officina, ha chiesto l’intervento dei vigili del fuoco.

Aperta la saracinesca, all’interno c’era il cadavere dell’uomo, di Giuseppe Mattina. 

A far scatenare l’omicidio ci sarebbe una storia di soldi , I due, vittima e assassino, pare, sarebbero stati soci nella gestione dell’officina dove è stato trovato il corpo dell’uomo.

Secondo quanto avrebbe raccontato Riggio ai poliziotti del commissariato di Brancaccio di Palermo,  alla base del gesto ci sarebbero stati “problemi economici”. Secondo una prima ricostruzione, il reo confesso avrebbe chiesto dei soldi alla vittima, che però si sarebbe rifiutato di darglieli. La situazione è degenerata, quando – sempre secondo il racconto di Riggio – la vittima avrebbe offeso i familiari del reo confesso, che accecato dalla rabbia, avrebbe sferrato le coltellate mortali alla vittima.

Una volta compiuto il delitto, il presunto omicida si sarebbe diretto verso casa, a Palermo, a bordo di un furgone. Dopo aver fatto una doccia, con i vestiti ancora sporchi di sangue nel veicolo, ha deciso di costituirsi, raccontando la sua versione dei fatti agli agenti del commissariato di Brancaccio. Spetterà adesso alle indagini, ricostruire l’accaduto e verificare l’autenticità del racconto del presunto omicida.

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LIEGI – Una pioggia di piombo sul ristoratore favarese ucciso con un Kalashnikov


I killer hanno utilizzato un kalashnikov nell’agguato dove è stato ammazzato il ristoratore favarese Rino Sorce, 51enne, titolare del ristorante pizzeria “Grande Fratello” nel quartiere Sclessin”, nel centro di Liegi in Blegio. E0 quanto emerso dalle indagini della Polizia belga alle prese con un omicidio , dalla tarda serata di mercoledi sera, il cui movente è ancora sconosciuto . Probabile che l’obiettivo del gruppo di fuoco, fosse solo Sorce, anche se non è escluso che i sicari volessero eliminare Luigi Cordaro, anche lui di origini siciliane, con cui si trovava la vittima. Cordaro, cuoco nel locale di Sorce, ha evitato i colpi sparati a raffica, dal fucile mitragliatore, gettandosi istintivamente a terra. E’ rimasto lievemente ferito dalle schegge di vetro. Esplosi almeno dieci colpi di arma da fuoco. Due o tre hanno raggiunto il corpo  del ristoratore. L’esito dell’autopsia, già eseguita ieri dal medico legale, nella camera mortuaria  del cimitero di Liegi, chiarirà questo aspetto. L’agguato secondo quanto ricostruito dagli investigatori, è stato compiuto da almeno due persone. La pista di un regolamento di conti   sembra al moneto quella privilegiata. Al momento non vi è nessun collegamento tra i due fatti di sangue del emse di settembre scorso.

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LIEGI – Ucciso ristoratore di Favara


È stato ucciso a colpi di arma da fuoco. Rino Sorce, 51 anni, di Favara, alla periferia di Liegi, in Belgio. L’uomo, titolare della pizzeria “Grande fratello”, è stato freddato davanti al suo ristorante mercoledì alle 22,35.

Sorce, secondo le ricostruzioni dei media locali, era uscito dal locale e si stava dirigendo verso la sua auto. “Aveva appena chiuso il suo ristorante. Sono stati sparati diversi colpi”, dice il procuratore Damien Leboutte al quotidiano belga “Lameuse”.

Il 17 settembre 2016 un altro episodio simile era accaduto a Liegi: venne ucciso un empedoclino e ferito un favarese.

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BAGHERIA – Anziana uccisa, fermato un vicino di casa


Una donna di 71 anni è stata trovata senza vita a Bagheria.  La vittima si chiama Giuseppina Orobello, sembra che ad ucciderla sia stato un colpo alla testa che le ha provocato una profonda ferita. E’ stato fermato dai carabinieri l’uomo di 35 anni, Toni Lanza, interrogato per ore dai carabinieri, con l’accusa di aver ucciso la donna.

Il provvedimento è stato disposto dal sostituto procuratore Paolo Napolitano, che coordina l’indagine sul delitto.  Secondo quanto si apprende, l’uomo, che è un vicino di casa della vittima, non avrebbe ammesso il delitto durante il lungo interrogatorio in caserma. I carabinieri non hanno ancora trovato l’arma con cui la vittima è stata colpita a morte.

A dare l’allarme è stata  la figlia del convivente; la donna ha le chiavi dell’abitazione, perché assiste il padre gravemente malato. Come ogni mattina era andata a trovarlo per aiutare Giuseppina a pulirlo e preparare qualcosa da mangiare. La porta era chiusa. La donna ha chiamato il 118 e i carabinieri. L’omicidio si è consumato attorno alle 10, mentre Bagheria, come tante altre città, si apprestava a celebrare la festa della Liberazione. La vittima avrebbe aperto la porta all’ assassino e sarebbe stata colpita con un oggetto, forse un coltello.

Giunti nell’appartamento, i carabinieri hanno trovato il corpo senza vita di Giuseppina riverso a terra in una pozza di sangue.

A seguito delle immediate indagini, supportate dalla sezione investigazioni scientifiche del comando provinciale di Palermo, i carabinieri di Bagheria, dopo aver ascoltato i vari testimoni e condomini, hanno condotto in caserma un uomo per ulteriori accertamenti. Poi, in serata, il fermo.

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PIAZZA ARMERINA – Manovale ucciso per un debito di 100 euro, arrestati padre e figlio dopo la condanna [VIDEO]


Hanno ucciso per un debito di cento euro. Ora dopo la sentenza definitiva, emessa dalla Procura presso la Corte d’assise d’appello di Caltanissetta con una condanna a 14 anni di carcere, la polizia di Piazza Armerina ha arrestato Guglielmo Puglisi Cannarozzo, 56 anni, e il figlio Vincenzo, 27 anni, entrambi di Piazza Armerina, condannati per aver assassinato, con due colpi di coltello al petto, un manovale della cittadina, il 29enne Calogero Abati.

L’omicidio, nel settembre 2013, dopo una violenta lite avvenuta nel bar di proprietà di Vincenzo Puglisi Cannarozzo. Abati che aveva effettuato dei lavori in un negozio di proprietà di Gugliemo Cannarozzo Puglisi chiedeva di avere le 100 euro che gli spettavano. I due erano già stati riconosciuti colpevoli nella sentenza di primo grado, pena poi inasprita in appello, e confermata successivamente in Cassazione, che ha respinto il ricorso presentato dai Cannarozzo Puglisi.

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ALIMENA – Padre uccide il figlio strangolandolo al termine di un litigio, l’ammissione dopo un lungo interrogatorio


Dopo un lungo interrogatorio condotto dagli investigatori alla fine ha ammesso di avere strangolato il figlio al termine di una lite furiosa. Antonino Alù, 61 anni, autista dello scuolabus, non tollerava più i modi di Giuseppe, 41 anni che aggrediva le nipoti e rendeva a tutti la vita impossibile con continue richieste di denaro. Giuseppe era agli arresti domiciliari e la mattina era in affido ai servizi assistenziali. Era finito nei guai per spaccio di droga.
    Il padre Antonino ha raccontato al termine di una lunga giornata che il figlio era un violento. Ieri l’ennesima lite che è culminata con la morte di Giuseppe. Il padre è stato portato in carcere ai Cavallacci. Dovrà rispondere di omicidio volontario.
    La caserma dei carabinieri si trova a cinque minuti da via Trapani, la casa dove vive Antonino Alù. Arrivati immediatamente i militari hanno trovato il padre ancora vicino al figlio che teneva la corda attorno al collo. Antonino Alù per ore è rimasto in silenzio in caserma. Poi ha raccontato tutto.

 

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