AGRIGENTO – Il Giudice Rosario Livatino è beato [FOTO]

“Accogliendo il desiderio del cardinale Montenegro, concediamo che il venerabile servo di dio Angelo Rosario Livatino d’ora in poi sia chiamato beato e che, ogni anno, si possa celebrare la sua festa il 29 ottobre”. E’ con queste parole che il giudice Livatino è stato proclamato beato nel corso di una cerimonia solenne celebrata nella cattedrale di Agrigento.In contemporanea il reliquario dove è contenuta la camicia indossata dal beato il giorno in cui venne ucciso dalla mafia è stato collocato in una teca della cattedrale. Si tratta di un reliquiario realizzato in argento martellato e cesellato.

La Chiesa ha dunque un nuovo beato, Rosario Angelo Livatino, il giudice siciliano odiato dai boss per le indagini che portava avanti, ma anche per la sua fede. Nella Cattedrale di Agrigento risuona il nome dell’ultimo martire della mafia, ma è anche il primo magistrato che diventa beato nella storia della Chiesa. Questo giorno è stato scelto non a caso per la proclamazione: il 9 maggio del 1993, Papa Wojtyla lanciò il suo anatema contro i mafiosi proprio ad Agrigento, nella Valle dei Templi: “Convertitevi – disse – un giorno verrà il giudizio di Dio”.

Oggi, Papa Francesco rilancia, al Regina Coeli, durante la preghiera pronunciata dalla sua finestra in Vaticano: “Livatino è stato martire della giustizia e della fede nel suo servizio alla collettività come giudice integerrimo che non si è lasciato mai corrompere. Si è sforzato di giudicare non per condannare, ma per redimere. Il suo lavoro lo poneva sempre sotto la tutela di Dio, per questo è diventato testimone del Vangelo, fino alla morte eroica. Il suo esempio sia per tutti, specialmente per i magistrati, stimolo a essere leali difensori della legalità e della libertà”.

Rosario Livatino aveva 38 anni quando fu ucciso, il 21 settembre 1990, lungo la strada statale. Stava andando al palazzo di giustizia, con una Ford Fiesta. Non aveva alcuna scorta. Unica protezione, la preghiera. Nell’agendina che trovarono accanto al cadavere, c’era una sigla: “Std”: “Sub tutela Dei”. Sotto la protezione di Dio. Sotto il suo sguardo. Non era un cristiano bigotto, tutt’altro. Una volta disse: “Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili”. Il messaggio del “giudice ragazzino” che diventa un monito per l’intera magistratura, oggi attraversata dalle polemiche e dalle inchieste. Le parole di Livatino le rilancia il ministro della Giustizia, Marta Cartabia: “L’indipendenza del giudice è nella credibilità che riesce a conquistare nel travaglio delle sue decisioni e in ogni momento della sua attività”.

Don Giuseppe Livatino, il primo postulatore della causa di beatificazione, ricorda l’ultima frase che disse ai sicari prima del colpo di grazia: “Piccio’ (picciotti – ndr), che cosa vi ho fatto?”. Li richiama. Aziona l’arma del dialogo. Lascia un quesito che germoglia e lentamente porterà chi spara a pentirsi”. Erano gli uomini della “Stidda”, l’altra mafia siciliana.

Nella Cattedrale di Agrigento risuona ancora il suo nome. L’omelia del cardinale Semeraro ripercorre le ragioni del martirio. “Non fu solo l’uccisione di un uomo delle istituzioni, e neanche solo l’uccisione di un giudice cattolico. Colpirono un testimone della giustizia, che affrontava il male per salvare le vittime, ma anche i carnefici”. Le sue ultime parole sono “l’eco del lamento di Dio – dice il celebrante – ‘Popolo mio, che cosa ti ho fatto?’ Non è una condanna, ma un invito a ripensare la propria vita, a convertirsi”.

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