Bersani propone Prodi , il Pdl insorge: tutti fuori Grillo: «Noi non lo votiamo». Il nodo dei numeri

E’ il giorno della verità per la corsa al Colle. Anche la terza votazione si è conclusa, come previsto, con un nulla di fatto (465 schede bianche e 250 voti per Rodotà). E il verdetto sul nuovo inquilino del Quirinale è rimandato al pomeriggio: con il quorum che si abbassa a 504 voti, la partita si potrebbe anche chiudere. Il condizionale, però, resta d’obbligo. Tramontata definitivamente la candidatura di Franco Marini, che si è ritirato dalla competizione sottolineando che «sono cambiate le strategie», il centrosinistra ha infatti scelto di puntare su una candidatura di parte: quella dell’ex premier Romano Prodi. Una decisione che crea fortissimi malumori nel Pdl che ha indetto una manifestazione di protesta in piazza Montecitorio e che ha scelto di non partecipare alla quarta votazione. Ma che, segnando una rottura netta tra il Pd e il centrodestra, apre qualche spiraglio di possibile intesa con il Movimento 5 Stelle, che aveva il professore nella rosa dei «papabili» scelti via web con le «Quirinarie». Beppe Grillo, tuttavia, nel corso di un comizio elettorale in Friuli Venezia Giulia ha sottolineato che «nessuno di noi si è mai sognato di votare per Prodi, il solo nostro candidato è il professor Stefano Rodotà». Anzi: dal M5S arriva addirittura una controproposta al Pd e ai suoi alleati: «Iniziate a votare Rodotà e si aprono praterie al governo».

 

LE SCELTE DEI 5 STELLE – I due capigruppo, Vito Crimi e Roberta Lombardi, si erano recati a metà mattina a casa dell’ex garante della privacy, ufficialmente «solo per fargli un saluto». E al termine del faccia a faccia hanno ribadito la linea ai cronisti: «Rodotà si conferma disponibile e non farà alcun passo indietro, nemmeno alla quarta votazione». Il voto è però segreto e nell’urna, già a questo giro, potrebbero finire consensi per Prodi di provenienza grillina. Il centrosinistra conta su 496 grandi elettori, bastano dunque 8 consensi in più per chiudere la partita entro questa sera. Lo stesso Rodotà, dal canto suo, si dice possibilista: «Ringrazio il Movimento 5 Stelle che ha confermato l’intenzione di continuare a sostenere la mia candidatura. Per parte mia, non intendo creare ostacoli a scelte del Movimento che vogliano prendere in considerazione altre soluzioni». Prospettiva, questa, che a stretto giro di dichiarazioni gli stessi Crimi e Lombardi hanno detto di non essere comunque intenzionati a perseguire.

I MALUMORI DEL PDL – La scelta di Bersani è stata accolta con una standing ovation da deputati e senatori del centrosinistra. Il professore, diversamente da Marini, non è una candidatura trasversale e proprio per questo può riunificare la coalizione dopo lo strappo creato dalla candidatura dell’ex sindacalista, ben visto anche dal Pdl. Anche Matteo Renzi, tra i principali oppositori di Marini, si è mostrato disponibile su Prodi. Di segno opposto la reazione del Pdl che si sente tradito e che parla di una «scelta che divide». Berlusconi, Maroni e Fratelli d’Italia hanno deciso di non prendere parte alla quarta votazione, sia per dare un segnale di protesta, come una sorta di piccolo Aventino; sia per marcare la distanza e sottolineare come nessun franco tiratore potrà arrivare dalle proprie fila. Gli 8 voti che mancano all’appello di Prodi potranno dunque arrivare solo dal M5S o da Scelta Civica, che aveva lanciato in mattinata, con il premier Mario Monti, la candidatura di Anna Maria Cancellieri, sostenendo che quella di Prodi è una scelta «divisiva».

BERLUSCONI: «SIAMO IN CAMPO» – «Noi siamo qui per ostacolare la sinistra, difenderemo la nostra Costituzione, la nostra libertà, la nostra democrazia» ha detto Silvio Berlusconi alla riunione dei gruppi del Pdl in corso alla Camera. Il Cavaliere ha sottolineato che «la candidatura di Marini è stata accantonata violando la parola data» e che «gli eredi del Pci non hanno abbandonato i vecchi vizi: invidia, sete di potere, stalinismo e Stato padrone». «Siamo in campo – ha poi aggiunto – e non preoccupatevi dei miei processi perchè non ho nulla di cui vergognarmi».

«FU COSI’ ANCHE PER NAPOLITANO» - Dario Franceschini invita tuttavia a superare le diffidenze, dicendosi sicuro del fatto che Prodi, pur essendo un candidato di parte, possa poi rivelarsi una valida figura istituzionale, capace di rappresentare l’intero Paese, così come avvenuto con Napolitano, che non fu votato dal centrodestra che oggi lo considera invece un presidente di garanzia, al punto da averne auspicato la rielezione. Prodi ha inoltre un forte peso sulla scena internazionale, sia per l’attuale ruolo di inviato speciale dell’Onu per il Sahel – in questi giorni si trova infatti in Mali e ha fatto sapere che rientrerà appena possibile -, sia soprattutto per le due precedenti esperienze a Palazzo Chigi e per il periodo trascorso alla guida della Commissione Europea a Bruxelles. Resta però l’incognita dei numeri: otto voti non sono in teoria difficili da recuperare grazie al voto segreto, ma non è scontato che al di là dell’unanimità apparente con cui è stato accolto il nome di Prodi tutto il centrosinistra voti compatto, soprattutto dopo la bocciatura di Marini andata indigesta agli ex Popolari. La mancanza dei grandi elettori del centrodestra rende però più difficile annacquare le posizioni.

 

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