Binnu latitante nell’Alto Lazio

Il boss mafioso Bernardo Provenzano avrebbe trascorso la parte finale della sua latitanza in un casolare dell’Alto Lazio, vicino al confine con l’Umbria.

È quanto ha detto, in un’intervista esclusiva al giornalista Sandro Ruotolo per la trasmissione Servizio Pubblico di Michele Santoro, il cosiddetto “messaggero di Provenzano”. Un uomo, indicato come un commercialista residente nel Lazio, attraverso il quale il boss avrebbe contattato i magistrati perchè voleva costituirsi.

Provenzano, sempre secondo il suo “messaggero”, avrebbe chiesto ed ottenuto che nessuno fosse messo a parte della sua resa e del denaro (ha parlato di 2 milioni di euro in un paradiso fiscale). Avrebbe quindi minacciato di rendere pubblica la trattativa qualora fosse trapelata la notizia che si era costituito. I contatti con il messaggero, secondo quanto reso noto dall’uomo iniziarono con il procuratore nazionale antimafia Vigna e proseguirono con Pietro Grasso, che gli subentrò pochi mesi dopo. Ma i magistrati, come ha dichiarato lo stesso Vigna, anche sulla base delle informazioni fornite dai servizi, ritennero inattendibile il “messaggero”. Provenzano verrà arrestato l’11 aprile 2006 in Sicilia. Pochi mesi dopo il presunto contatto tra il suo messaggero e i magistrati.

Tra gli ospiti della trasmissione c’erano anche anche Angela e Gianluca Manca, madre e fratello di Attilio Manca, il giovane urologo di Barcellona Pozzo di Gotto, in servizio nell’ospedale di Viterbo, trovato morto nel suo appartamento il 12 novembre 2004. I due sostengono da anni che il loro congiunto sarebbe stato eliminato dalla mafia che, in precedenza lo aveva costretto ad assistere Provenzano nel suo viaggio a Marsiglia, in Francia, per farsi operare di cancro alla prostata. Secondo la signora Manca, la notizia della latitanza di Provenzano nell’Alto Lazio, vicino a Viterbo, nei mesi successivi all’intervento alla prostata, rafforza i suoi sospetti.

Secondo l’autopsia, il medico sarebbe morto per un’overdose di eroina mista a farmaci, che si sarebbe iniettata nel braccio sinistro. Ma il medico, secondo quanto riferito dai familiari, era un mancino totale, quindi non avrebbe mai potuto infilarsi da solo l’ago in vena. La famiglia avrebbe inoltre raccolto prove che Attilio si trovava a Marsiglia proprio nei giorni in cui fu operato Provenzano.

La procura della Repubblica di Viterbo ha chiesto per tre volte l’archiviazione del caso come morte per overdose, ma la famiglia si è sempre opposta, ottenendo la prosecuzione delle indagini. Attualmente sono iscritte nel registro degli indagati cinque persone, ma solo per il reato di cessione di droga.

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