CASTELVETRANO – OPERAZIONE “EDEN”, Patrizia Messina Denaro potente “amministratrice” [VIDEO 1][VIDEO 2]

“La curta acchiappa sempre”. La curta, cioe’ la bassa, è Patrizia Messina Denaro, 43 anni, sorella del boss latitante Matteo, nota negli ambienti mafiosi (così come emerge dalle intercettazioni) per la sua avidità e per la smania di potere. E’ lei a fare le veci del fratello, a raccordarsi con lui per mandare avanti gli affari.
Ma il nuovo boss in gonnella è solo una delle otto donne arrestate nell’operazione congiunta di polizia, carabinieri, guardia di finanza e Dia che ha portato a trenta ordinanze di custodia cautelare azzerando il clan mafioso trapanese dei Messina Denaro.
Esulta il vicepremier Angelino Alfano. “Questa operazione – ha detto – è veramente importante perché rientra nella strategia di isolamento di Denaro e di rescissione dei suoi canali di finanziamento”.
Si spezza, dunque, la ragnatela di rapporti economici, di controllo delle estorsioni, di favori e di mazzette che regola Cosa nostra trapanese. Ma non la stretta sorveglianza della latitanza del boss. I soggetti bloccati, secondo un investigatore che si occupa delle indagini, poco c’entrano con l’organizzazione della latitanza di Matteo Messina Denaro.
“Queste persone – dice – si occupavano del sostentamento economico della latitanza ma non degli aspetti logistici”. Il lavoro, dunque, per catturare il mafioso accusati di stragi e omicidi latitante dal ’93, riparte da qui e l’attenzione si concentra innanzitutto sugli insospettabili, figure rimaste sullo sfondo in tutti questi anni. “Diciamo che crediamo in una pista parallela – chiosa l’investigatore – e diciamo che in questa pista c’è una ‘rete protetta’ composta dai favoreggiatori della latitanza in senso stretto”
Per l’aggiunto Teresa Principato e i sostituti Paolo Guido e Marzia Sabella, però, rompendo la ”ragnatela” gli inquirenti sono sempre più vicini al capomafia, il cui potere non è stato indebolito dalla lunga latitanza.
Anche Patrizia, infatti, deve rispondere alla “testa dell’acqua”, a “colui che non è presente”: il boss non ha lasciato le redini delle cosche e continua ad acquisire potere anche da lontano. A suo nipote, Francesco Guttadauro, 29 anni, (beccato un paio d’anni fa mentre si incontrava con il calciatore Fabrizio Miccoli) e ai suoi cugini, Messina Denaro ha lasciato la gestione degli affari, ma ogni decisione deve passare dal capo (“Rosa vedi che lui comanda tutto Palermo, tutta la Sicilia di Trapani”, si dicono due parenti del boss in un’intercettazione).
La “cassa continua” a cui si approvvigionano il latitante e le famiglie dei carcerati è ancora l’edilizia, tra i maggiori business della mafia che gestisce l’acquisizione, la spartizione e la realizzazione di importanti commesse come i lavori per il Mc Donald’s a Castelvetrano. Come in tutte le famiglie, c’è che  ha il compito di portare “il pane dentro” perché “tutti quelli che girano, girano per tutti”.
E’ molto oneroso portare avanti la dispendiosa conduzione della latitanza di Messina Denaro Matteo: “chiddru vola. E senza soldi un po vulare! (quello vola e senza soldi soldi non può volare)”, dicono i parenti in un’intercettazione. E allora i cugini del boss si danno da fare. Lorenzo Cimarosa e Giovanni Filardo – che dal carcere dirigeva gli affari grazie a moglie e figlie (anche loro arrestate) – cercano di incrementare il patrimonio e salvaguardarlo dai sequestri. Intanto l’altro cugino, Mario Messina Denaro, cerca di raggranellare qualche migliaio di euro chiedendole ai titolari del centro diagnostico Hermes di Castelvetrano. Il nome della famiglia Messina Denaro veniva speso anche per incutere timore a due ereditiere.  Una di loro ha dovuto sborsare 70mila euro ed è finita in carcere per favoreggiamento e per aver mentito alla Dia.
Tra gli arrestati anche due insospettabili tecnici del ministero della Giustizia che lavorano al Provveditorato regionale del Dap, Giuseppe Marino (figlio di un giudice palermitano) e Salvatore Torcivia, rei di aver favorito una ditta che eseguiva lavori nel carcere Ucciardone. Così come insospettabile era Antonella Montagnini, vigile urbano nel Comune di Paderno Dugnano (Mi), che controllò qualche targa, assolvendo le richieste di un presunto mafioso di Campobello di Mazara, Nicolò Polizzi, che aveva l’incubo di essere pedinato dalla polizia.

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