Crisi cardiaca per il boss Pippo Calò

Ottantuno anni, tre condanne all’ergastolo (una per la strage del treno 904), Pippo Calò, il ‘cassiere della mafia’, ricoverato nell’Unità di terapia intensiva coronarica dell’ospedale cardiologico ‘Lancisi’ di Torrette di Ancona, è sorvegliato notte e giorno da agenti della polizia penitenziaria. Una vigilanza così accuratamente mimetizzata che la presenza nel nosocomio del boss, entrato in ospedale il 30 aprile e sottoposto a un intervento cardiochirurgico il primo maggio, fino a ieri era passata inosservata.

Anche ora che la notizia è trapelata, e nella sala d’attesa dell’Utic spunta qualche giornalista, il dispositivo di sicurezza (che all’esterno dell’ospedale si avvale anche di altre forze di polizia) appare invisibile. Si intuisce che due uomini che escono dal reparto sono agenti in borghese, ma non si vedono armi, nè auto blindate o elicotteri sorvolare la struttura. Al contrario di quanto avvenne nel 2003, quando Totò Riina, all’epoca detenuto come Calò nel carcere di Marino del Tronto ad Ascoli Piceno, fu portato per 24 ore a Torrette per controlli cardiologici, con uno spiegamento di forze senza precedenti da queste parti.

Calò è un recluso in regime di 41 bis, “e dobbiamo contemperare le esigenze sanitarie e le terapie con misure di sicurezza e sorveglianza sempre attiva, anche in un ricovero ospedaliero di lunga durata” spiegano dal Dipartimento regionale dell’amministrazione penitenziaria. Operato per l’impianto di by-pass coronarici, il boss ha trascorso alcuni giorni nel reparto di rianimazione, per poi essere trasferito all’Utic. Protocolli terapeutici standard, la degenza condivisa con altri malati.

Ad avere l’ultima parola su eventuali spostamenti o, quando sarà possibile, sulle dimissioni è sempre la direzione sanitaria. Quanto ai rapporti con familiari e avvocati, per ‘l’ambasciatore dei corleonesi a Romà il trattamento è analogo a regime carcerario. Una o due visite al mese per i familiari stretti (la moglie gli ha fatto visita un paio di volte), e colloqui con i difensori secondo le regole del diritto alla difesa.

L’avv. Mauro Giommi, del foro di Ascoli Piceno, ha visto il suo assistito in due occasioni. Anche per preparare i documenti con cui ha informato la corte d’assise d’Appello di Palermo che stamani Calò non poteva comparire in teleconferenza in un processo.

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