FAVARA – 3 indagati per la morte di Stefano Pompeo a 20 anni dall’omicidio

Tre avvisi di garanzia e contestuale richiesta di interrogatorio. Giunge alla svolta tanto auspicata l’inchiesta, riaperta recentemente dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, sull’omicidio del piccolo Stefano Pompeo, 12 anni da compiere, di Favara ucciso per errore durante un agguato mafioso il 12 aprile del 1999 mentre si recava nel quartiere di Villaggio Mosè per comprare il pane insieme ad un amico del padre a bordo di una Jeep Toyota.

Il provvedimento è stato firmato dal sostituto procuratore della Repubblica di Palermo – Dna – Alessia Sinatra che ha delegato la Squadra Mobile di Agrigento guidata da Giovanni Minardi, a notificare l’atto giudiziario e ad occuparsi dell’interrogatorio. Riguarda i fratelli Pasquale e Gaspare Alba e Vincenzo Quaranta, tutti di Favara.

Sempre la Squadra mobile di Agrigento ha ricevuto delega di indagine sull’omicidio di Stefano Pompeo tornato prepotentemente alla ribalta della cronaca nell’aprile scorso con la proiezione di un docu-film di Gero Tedesco, sull’assassinio del piccolo Pompeo e con un’inchiesta giornalistica de “La Sicilia” pubblicata agli inizi dello scorso maggio.

Caposaldo della vicenda investigativa è Maurizio Di Gati, l’ex boss ed ex barbiere di Racalmuto che, una volta pentitosi, raccontò per filo e per segno quanto sapeva in relazione all’omicidio del ragazzino indicando persino i nomi di chi, a suo parere, materialmente partecipò all’agguato (poi compiutamente individuati dal personale della Squadra mobile di Agrigento).

Di Gatì spiegò agli investigatori: «Dell’omicidio Pompeo posso dire che avvenne mentre io ero in latitanza insieme a Giuseppe Vetro. Il bambino andò nella cava Lucia insieme con il padre Giuseppe per fare una mangiata dopo aver ucciso un animale, forse un maiale. C’erano anche Vincenzo Quaranta, il genero di Cusumano detto Totò Vallanzasca, Carmelo Cusumano. Ad un certo punto mancava il pane ai commensali. Vincenzo Quaranta, allo scopo, prese la macchina di Cusumano, una jeep. Solitamente Cusumano si faceva guidare la macchina da un autista. Quaranta si prese la macchina del Cusumano e si portò il ragazzo. Andavano veloci perché la carne era quasi pronta e dovevano prendere il pane. A questo punto ci fu la sparatoria». «Io e Vetro lo sapemmo dalla televisione. Subito, Vetro chiamò Pasquale Alaimo per far dire al padre del bambino che Cosa nostra non c’entrava niente e che lo avrebbe fatto vendicare. Pasquale Alaimo accertò che erano stati i due fratelli Alba e Vincenzo Quaranta che vende macchine e che faceva parte della famigliedda Presti. Quindi fu un errore perché pensavano di uccidere Cusumano».

E da queste dichiarazioni sono ripartite le indagini. Fascicolo riaperto, Di Gati nuovamente sentito e dichiarazioni inedite di Giuseppe Quaranta, ultimo pentito agrigentino (e favarese) in ordine di tempo, che sul delitto sembra sapere più di un particolare. A questo punto, inevitabile, l’avviso di garanzia e interrogatorio dei tre indagati tutti già coinvolti nell’operazione “Fratellanza”, volto ad acquisire elementi utili per mettere in chiaro le dinamiche dell’omicidio.

Procedura che almeno ad uno degli indagati, Vincenzo Quaranta, non è piaciuta al punto che ha già comunicato che non si sottoporrà ad interrogatorio sino a quando non conoscerà esattamente quanto gli viene contestato dato che l’avviso di garanzia fa riferimento solo ed esclusivamente all’omicidio Pompeo senza indicare movente, dinamiche e mandanti. Con ogni probabilità, anche gli altri indagati faranno la medesima scelta.

Inquietante la chiusura del primo interrogatorio di Di Gati: “Questi Alba e Vincenzo Quaranta, “assassini” secondo Cosa nostra, adesso sono liberi. Io parlando con Pasquale Alaimo fino all’ultimo momento ho sempre insistito di dover uccidere queste persone. Certamente queste persone sono condannate per Cosa Nostra. Se esce Giuseppe Vetro, queste persone sono morte».

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