Femminicidio Lorena Quaranta, una 27enne a pochi mesi dalla laurea in Medicina

L’amore ai tempi del virus si macchia di sangue. Con un terribile femminicidio. E con un tentato suicidio dell’assassino. Conseguenza di una convivenza da quarantena che in un paesino a venti minuti da Messina, a Furci Siculo, trasforma in un aguzzino un giovane infermiere calabrese al primo anno di odontoiatria, Antonio De Pace. È lui che ha strangolato la fidanzata, una ragazza di 27 anni prossima alla laurea in Medicina, Lorena Quaranta. Entrambi rimasti in isolamento nella casetta affittata in ottobre sulla collinetta di questo paese con una bella spiaggia non lontana da Taormina.

È l’epilogo di una tensione crescente dei giorni scorsi. Un’ansia che Lorena ha taciuto alla madre e al padre Enzo, titolare a Favara (Agrigento) di una concessionaria di auto, un magazzino non lontano da stadio e cimitero. L’area da dove era fuggita via Lorena, alta, bella, capelli lunghi, dopo la rottura di un precedente fidanzamento con un commerciante, decisa a proseguire gli studi ormai quasi al traguardo della laurea prevista per luglio. Aveva conosciuto l’infermiere iscritto all’università fra i corridoi del policlinico dove si esercitava per il tirocinio degli ultimi mesi. Un amore intenso, con qualche puntata in Calabria, a casa di Antonio, a Vibo Valentia. Poi la decisione di convivere. Cercando una casa a basso costo. Trovata fuori Messina. Sulla collinetta di Furci.

Un appartamento con vista sulla costa calabrese nella palazzina di via delle Mimose dove adesso arrivano i carabinieri sotto gli occhi disperati di Clara Saccà e delle due sue sorelle, figlie del proprietario. Tutte incredule ricordando la coppia, l’allegria e la spensieratezza, quando il padre delle ragazze, a sua volta morto la settimana scorsa in ospedale, aveva affittato per l’inverno l’alloggio: «Mai un problema, silenziosi, educati. Ma anche se tutti giovani, non ci frequentavamo. Ci si incontrava raramente. Sono appartamenti su due livelli. Noi entriamo da un portoncino, loro da quello del piano di sopra…».

I due ragazzi erano «sconosciuti» anche al sindaco di questo paesino adesso a lutto, Matteo Francilia: «Non erano registrati come residenti, ma è come se fosse morta una mostra figlia e questo vorrei dire ai genitori di Lorenza, agli amici di Favara. La nostra comunità è da sempre in prima linea nel contrasto alla violenza di genere, abbiamo anche istituito un centro di ascolto. Chi si macchia di simili gesti deve marcire in galera». Secondo il rettore dell’università di Messina, Salvatore Cuzzocrea, la tragedia si lega alla «condizione emergenziale che stiamo vivendo», nella quale «esperti di settore avevano sottolineato il rischio che la convivenza forzata potesse acuire i conflitti familiari».

Ignorando se alla base del dramma ci sia stato un moto di gelosia o se il delitto sia l’effetto di una forzata e prolungata convivenza, di certo c’è solo che Lorena si è spenta senza che nessuno l’abbia potuta aiutare. Nessuno ha sentito niente. E forse Lorena ha finito per soffocare senza il tempo di emettere un grido. Annientata dalla forza di quelle due mani che si sono strette attorno al suo collo. Le stesse che hanno poi preso una lama per il tentato suicidio. Antonio l’infermiere, davanti al corpo senza vita della fidanzata, confuso e sconvolto, con un coltello ha cominciato a tagliarsi le vene mentre chiamava i carabinieri che lo hanno salvato e arrestato.

FONTE CORRIERE DELLA SERA- FELICE CAVALLARO

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