Inchiesta Utc Lampedusa, lettera minatoria ad un maresciallo della Guardia di finanza

«Noi ti consigliamo di non venire più qui a Lampedusa». Recitava così il testo scritto in una busta rinvenuta il 18 giugno scorso nella cassetta delle lettere del maresciallo Francesco Licari, in servizio alla Compagnia Guardia di Finanza di Agrigento e tra i principali investigatori che hanno lavorato sull’inchiesta riguardante l’ufficio tecnico comunale di Lampedusa.

E’ stato lo stesso sottufficiale delle Fiamme gialle a riferirlo stamani nel corso dell’udienza tenutasi al Tribunale di Agrigento nell’ambito del processo – in corso davanti al collegio di giudici presieduto da Giuseppe Miceli – sulla presunta cricca lampedusana che sarebbe stata messa in piedi dal 2008 al 2012, quando al vertice dell’amministrazione c’era il sindaco Bernardino De Rubeis.

Secondo l’accusa, vi era una vera e propria associazione a delinquere “promossa, organizzata e diretta” dall’ex sindaco di Lampedusa Bernardino De Rubeis, dall’ex dirigente dell’Ufficio tecnico Giuseppe Gabriele e dall’ex consulente Gioacchino Giancone. I reati contestati sono l’associazione a delinquere, la corruzione, il falso, la truffa, l’abuso di ufficio, la turbativa d’asta e l’abusivismo edilizio.

Il maresciallo Licari aveva già deposto in aula lo scorso 27 maggio: prima del rinvio all’udienza di oggi, il sottufficiale della Guardia di Finanza aveva iniziato a raccontare i primi passi dell’indagine con l’ausilio di un proiettore con il quale mostrava i documenti di cui parlava. Un lavoro certosino, delicato, ricco di dettagli e di attività investigative tradizionali. Poi il rinvio e la convocazione della nuova udienza. Ma da quella data ad oggi, il militare ha dovuto fare i conti con l’intimidazione.

Una busta vuota, alcun contenuto. Soltanto l’indirizzo del destinatario, ovvero l’abitazione privata del maresciallo che non vive ad Agrigento, e il mittente, indicato con un indirizzo di Lampedusa presumibilmente inventato. La scritta «Noi ti consigliamo di non venire più qui a Lampedusa» era, invece, riportata in un lembo della busta, dove vi era anche la firma “Gli amici di Lampedusa”.

 

Ma alla minaccia non è mancata la risposta. Stamani ad accompagnare il maresciallo in aula c’erano numerosi colleghi, chi in divisa e chi in borghese. C’era anche il comandante della Compagnia, il capitano Stilian Cortese. In aula, nel banco della pubblica accusa, c’erano invece i massimi vertici dell’autorità giudiziaria: il procuratore capo Renato Di Natale, l’aggiunto Ignazio Fonzo e il sostituto Salvatore Vella, titolare dell’inchiesta. Tutti presenti, nessuno escluso. Come a voler dimostrare che lo Stato non si fa intimidire da una lettera e che il militare preso di mira non è solo. Anzi.

 

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