L’ARCIVESCOVO MONTENEGRO:”Io amo Agrigento, e voi?”

“Contemplare l’Immacolata è restare incantati dalla sua luce e rapiti dal fascino della sua bellezza!
Dio è la Bellezza suprema e le sue opere sono belle e buone. Fra queste emerge Maria, la piena di grazia, alla quale il Beato Amedeo immagina che Gesù si rivolga con queste parole: «Tu sei bella: bella nei pensieri, bella nelle parole, bella nelle azioni; bella dalla nascita fino alla morte; bella nella concezione verginale, bella nel parto divino, bella nella porpora della mia passione, bella soprattutto nello splendore della mia resurrezione».
Maria, traversata dalla luce di Dio, è come un prisma che la riflette tutta a noi. La sua bellezza ci parla di purezza e di cielo.
Maria, la casa vivente di Dio, come dice il Catechismo della Chiesa cattolica, “è orientata verso l’alto, è aperta all’amore di Dio, degli uomini, della creazione; è la figlia prediletta del Padre, che reca su di sé “il sigillo di Dio sulla fronte”». “Il Padre l’ha “benedetta” (Ef 1, 3) e l’ha scelta “prima della creazione del mondo, per essere santa e immacolata al suo cospetto nella carità” (Ef 1, 4)”. 

Ciò che è prezioso si espone e si conserva in un luogo conveniente perché sia ammirato da tutti. Così Gesù, in Maria ha trovato il luogo più prezioso e puro, per farsi uomo. L’Angelo per darLe il saluto L’ha definita graziosa, piena di grazia, esente dal peccato.
Maria, primizia degli uomini, ci insegna cosa significa rendersi disponibile a Dio, lasciarsi plasmare dalla Sua Parola, e restare alla Sua scuola. Col suo sì ha permesso l’inizio di nuova umanità di cui Lei è l’immagine più bella.
La bellezza di Maria non è però solo da contemplare, ma anche da accogliere e da vivere con generosità. Farlo è metterci dalla parte del bene, del bello e del vero rifiutando decisamente il brutto, il falso e il mediocre. E questa, Lei ci ricorda, è una lotta da affrontare quotidianamente sia sul piano personale e spirituale sia su quello sociale.
Maria, nonostante sia piena di Dio, è dentro la storia degli uomini, è solidale con loro. Lo dimostra il fatto che immediatamente dopo la notizia che sarebbe diventata la madre di Gesù – motivo per chiudersi in beata contemplazione – va a dare una mano alla cugina Elisabetta. Questo per dirci che nessuno, soprattutto se credente, può sottrarsi alla responsabilità della solidarietà.
L’uomo che si affida a Dio non può escludersi dall’impegno della solidarietà e non può vivere la sua fede solamente nel privato e nell’intimità; deve essere attento e pronto a ciò che accade e lo circonda. Più l’uomo ha il cuore pieno di Dio, più è chiamato a stare vicino agli uomini. Oggi Maria dice a ciascuno di noi: “Abbi il coraggio di osare! Provaci! Non aver paura! Abbi il coraggio di rischiare per la fede! Compromettiti con Dio, e vedrai che così la tua vita diventa grande e illuminata, non noiosa, ma piena di infinite sorprese, perché la bontà infinita di Dio non si esaurisce mai!”.
Perché dico questo? Vi ripeto ora un ritornello che da anni, anche e non solo in quest’occasione e da questo luogo, vado ribadendo con insistenza. Lo faccio anche se temo di infastidirvi, però tradirei la mia missione se per timore di importunarvi o di eventuali reazioni dovessi tacere. Amo questa città, luogo in cui Dio ha dimostrato largamente la Sua generosità e amabilità, facendola diventare una delle città più belle del mondo e crocevia di popoli. Molti uomini illustri, in tutti i tempi, l’hanno guardata con interesse. Ma ho l’impressione – vorrei sbagliarmi – che ad amare Agrigento siamo più coloro che veniamo da fuori che i nativi. Noto tanta indifferenza, disinteresse, distanza da questa città da parte di molti, a vari livelli. È strano, i turisti vorrebbero tornarvi ed anche abitarla, tanti agrigentini invece la sopportano. Spesso s’incontrano persone più pronte a lamentarsi delle cose che non vanno (e sono tante in verità!), meno a sbracciarsi per migliorare la situazione. Sembra anche che manchi un dibattito serio sulla città, si preferiscono le chiacchiere, spesso lagnose. Perché Agrigento deve rassomigliare più a un fiore che va appassendo i cui petali, belli una volta, caduti a terra, vengono calpestati con indifferenza dai passanti? No! Non assumiamoci la responsabilità di spegnere questa lampada che il Signore ha messo sul monte. Vi ripeto, sentiamo, ma tutti, l’orgoglio di abitarla, riscopriamone gli aspetti belli – e ce ne sono –, si mettano insieme le belle intelligenze – e ce ne sono –, rendiamoci conto che le parole negative dette contro la città sono parole pronunciate contro noi stessi. Noi siamo Agrigento. Perché non ci crediamo? Ognuno tende a scaricare sugli altri responsabilità e colpe, dimenticando che anche noi siamo gli altri per gli altri (scusate il gioco di parole!). Tutti noi siamo gli altri: credenti, politici, quanti occupano posti di maggiore responsabilità e anche semplici cittadini. Tutti insieme, in vario modo, abbiamo il dovere di rivestire Agrigento della sua bellezza e dignità. Mi rifiuto – lo ripeto – di riandare nostalgicamente a un passato ricco di vita e di storia (che non va dimenticato) e non desiderare che il presente sia eguale.
Qui, da noi, è possibile sperimentare la possibilità della convivenza tra gente e civiltà “diverse”. Agrigento, porta e ponte naturale tra il continente europeo e quello africano, può dimostrare al mondo che esso scricchiolerà sino a quando si reggerà sulle diversità che allontanano, ma potrà sopravvivere e diventare casa di tutti se invece riuscirà e vorrà investire sulle pluralità che s’integrano e arricchiscono. Al mondo che diventa sempre più teatro di violenza, sopraffazioni, peccato, ingiustizie, Agrigento può parlare di convivenza più umana e di concordia, come ci ha indicato Giovanni Paolo II. “Il tempio della Concordia, – ha detto – sia per voi quasi un simbolo. Ascoltatene il richiamo all’impegno solidale, così da avanzare insieme verso un futuro più giusto e più sereno”. Ricordiamo che da questa terra, balcone aperto sul mondo, sono partiti due messaggi che sono rimbalzati ovunque nel globo, quello di papa Giovanni Paolo II contro la violenza mafiosa e quello di Papa Francesco, da Lampedusa, sull’attenzione da offrire ai poveri. Questa è la vocazione della vecchia e nuova Girgenti.
La nostra città non deve essere apprezzata solo per le sue pietre antiche, ma anche perché può essere culla di speranza, quella speranza che fa pensare alle parole di Isaia: “Ecco, io creo nuovi cieli e nuova terra” (55,17).
Occorre però che i nostri rapporti non siano basati sui pregiudizi, prevenzioni e scetticismo ma sulla solidarietà, che non è da intendersi solo come attenzione ai poveri, anche, ma come relazioni pacifiche, responsabili, attente, sincere che ci uniscono gli uni gli altri.  “Il non sentirsi responsabili degli altri – diceva Gandhi – è la più alta espressione di violenza”. C’è estremo bisogno di solidarietà perché sono tanti i problemi che attanagliano questa nostra terra, il non farlo è un atto di viltà: disoccupazione, centro storico, usura, gioco d’azzardo, problemi giovanili, mafia, violenza nelle famiglie, alcol, solitudine degli anziani, criminalità, immigrazione ed emigrazione, disgregazione familiare … La solidarietà non è un’illusione, ma è una grande forza di cambiamento perché significa legalità, prevenzione, giustizia, simpatia, apprezzamento del bene fatto dagli altri, disponibilità al futuro e al nuovo, rifiuto del fato, collaborazione…
L’appello lo rivolgo ancora una volta ai politici che spesso sembrano distratti da altri interessi: loro hanno per primi la responsabilità della cosa pubblica e sono stati scelti per servire la comunità; ma lo stesso appello lo rivolgo con identica forza ai credenti agrigentini, me compreso. Come Chiesa non possiamo solo denunciare chi non fa o chi non fa bene, è troppo facile e ci fa cadere nello stesso gioco degli indolenti. Negli uffici e nelle istituzioni che non funzionano come dovrebbero, operano molti cristiani che settimanalmente sono presenti alla celebrazione eucaristica e si dichiarano credenti. La loro responsabilità e colpevolezza sono doppie: vanno contro la Parola di Dio e non rispettano le norme di giustizia legate al lavoro. Noi, in forza del Vangelo, non possiamo esimerci dal porci una domanda: quale apporto possiamo dare per uno sviluppo umano e solidale della nostra città? Una risposta ognuno deve darla, è d’obbligo.
A noi tocca rimettere in campo – come ci chiede Papa Francesco – i valori evangelici che sembrano dimenticati e tradurli in gesti storici e concreti, perché anche altri li percepiscano come importanti e possibili per la costruzione della città. Se Dio ha piantato qui la nostra comunità, con le sue risorse e con i suoi limiti, è perché noi qui dobbiamo portare frutti di speranza, di coraggio, di apertura, di solidarietà. E non dimentichiamolo: tutto questo dobbiamo farlo non solo per noi, ma anche e soprattutto per i nostri ragazzi e i nostri giovani.
Maria, la tutta bella, l’Immacolata, ci dia la sua volontà e il suo cuore e ci aiuti a essere costruttori di una città sempre più bella”.

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