MARCELLO DELL’UTRI – “20 anni in sinergia con la mafia”

I giudici hanno depositato ieri le motivazioni della sentenza d’appello che ha condannato a 7 anni di reclusione l’ex senatore del Pdl Marcello Dell’Utri, imputato di concorso in associazione mafiosa. I magistrati che emisero il verdetto e che avevano fissato in 90 giorni il termine di deposito della motivazione avevano chiesto e ottenuto dal presidente della corte d’appello Vincenzo Oliveri una proroga di altri tre mesi per la particolare complessità del processo. Marcello Dell’Utri è stato condannato in primo grado a 9 anni di carcere e 7 in secondo grado. La Cassazione, poi, annullò con rinvio il verdetto: decisione che portò al secondo processo d’appello.

“VENTI ANNI DI CONDOTTA ILLECITA”. La condotta illecita del senatore Marcello Dell’Utri per la terza sezione della corte d’appello di Palermo, presieduta da Raimondo Lo Forti “è “andata avanti nell’arco di un ventennio”, con una serie di comportamenti “tutt’altro che episodici, oltre che estremamente gravi e profondamente lesivi di interessi di rilevanza costituzionale”. L’imputato, dicono i giudici nelle motivazioni della sentenza, “ha ritenuto di agire in sinergia con l’associazione”. “La personalità dell’imputato – scrivono i giudici nelle motivazioni della sentenza del 25 marzo scorso – appare connotata da una naturale propensione a entrare attivamente in contatto con soggetti mafiosi, da cui non ha mai mostrato di volersi allontanare neppure in momenti in cui le proprie vicende personali e lavorative gli avevano dato una possibilità di farlo”. “In tutto il periodo di tempo in oggetto (1974-1992) – prosegue la corte – ha, con pervicacia, ritenuto di agire in sinergia con l’associazione e di rivolgersi a coloro che incarnavano l’anti Stato, al fine di mediare tra le esigenze dell’imprenditore milanese (Silvio Berlusconi, ndr) e gli interessi del sodalizio mafioso, con ciò consapevolmente rafforzando il potere criminale dell’associazione”.

Per la Corte d’appello di Palermo, non ci sarebbe alcun “buco” tra il 1978 e il 1982 nelle frequentazioni con personaggi di Cosa nostra e nei pagamenti di Silvio Berlusconi alla mafia per la protezione. In quel periodo, infatti, l’ex senatore, dopo aver lasciato l’incarico di segretario personale di Silvio Berlusconi, era andato a lavorare dall’imprenditore Filippo Rapisarda, a capo di uno dei maggiori gruppi immobiliari italiani. Per la corte, “non sussiste dubbio alcuno sulla prosecuzione dei pagamenti da parte di Berlusconi a Cosa nostra sulla base dell’accordo siglato nel 1974”. “Berlusconi – aggiungono i giudici – ha sempre accordato una personale preferenza al pagamento di somme come metodo di risoluzione preventiva dei problemi posti dalla criminalità”. Dell’Utri in questo contesto, non avrebbe mai smesso “di controllare che il rapporto sinallagmatico venisse rispettato, pronto a intervenire per tutelare le ragioni di Berlusconi che in un certo periodo si sentiva ‘tartassato’ o per mediare, in seguito, le pretese di Riina che aveva imposto il raddoppio della somma”.

Scrivono ancora i giudici nelle motivazioni della sentenza: “Pur essendoci stato un netto cambiamento nella vita lavorativa di Del’Utri nel 1978, quest’ultimo non aveva in alcun modo deciso di mutare il suo rapporto con gli esponenti mafiosi con cui aveva concluso il patto (per la protezione di Berlusconi, ndr). L’imputato ha tenuto nei confronti degli stessi soggetti la medesima cordialità autentica senza dare alcun segnale concreto e serio di un voluto e deciso distacco”. Per i giudici è una prova che Dell’Utri si presentò da Rapisarda con Gaetano Cinà. “Rapisarda ha riferito – prosegue la corte – di aver assunto Dell’Utri su richiesta di Cinà, che aveva conosciuto assieme a Bontade e Teresi e che non si era sentito di negargli il favore”. Sempre l’imprenditore immobiliare ha riferito, ricordano i giudici, di aver sentito nei primi mesi del 1980, in un incontro a Parigi con i mafiosi Stefano Bontade e Mimmo Teresi, “Dell’Utri chiedere a due boss 20 miliardi di lire per l’acquisto di film per Canale 5”.

Dopo la morte di Stefano Bontade e Mimmo Teresi, e quindi tra il 1982 e il 1992, “il mutamento dei vertici di Cosa nostra non aveva modificato in alcun modo l’impegno finanziario del gruppo Berlusconi nei confronti dell’organizzazione criminale e dunque i pagamenti erano sempre proseguiti”. La continuazione dei rapporti è confermata, per la corte, dalle dichiarazioni di alcuni pentiti. Le somme di Berlusconi arrivavano a Riina attraverso Dell’Utri. “Riina – dicono i giudici – non aveva fatto mistero del fatto che l’interesse era anche quello di natura politica. Dell’Utri, per il boss, rappresentava un contatto con Silvio Berlusconi e dunque, a suo avviso, con Bettino Craxi. Riina per le elezioni politiche del 1987 aveva ordinato di votare il Psi. Vi era un accordo per dare un aiuto ai carcerati”.

PATTO BERLUSCONI-COSA NOSTRA. L’incontro avvenuto a maggio 1974, cui erano presenti Gaetano Cinà, Dell’Utri, Stefano Bontade, Mimmo Teresi e Berlusconi, ha “siglato il patto di protezione di Berlusconi. L’incontro – è scritto – ha costituito la genesi del rapporto che ha legato l’imprenditore e la mafia con la mediazione di Dell’Utri. In virtù di tale patto – proseguono – i contraenti (Cosa nostra da una parte e Silvio Berlusconi dall’altra) e il mediatore contrattuale (Marcello Dell’Utri), hanno conseguito un risultato concreto e tangibile costituito dalla garanzia della protezione personale all’imprenditore tramite l’esborso di somme di denaro che quest’ultimo ha versato a Cosa nostra tramite Dell’Utri, che mediando i termini dell’accordo, ha consentito che l’associazione mafiosa rafforzasse e consolidasse il proprio potere”. L’incontro dunque “segna l’inizio del patto che legherà Berlusconi, Dell’Utri e Cosa nostra fino al 1992 – aggiungono i giudici nelle 477 pagine della sentenza – È da questo incontro che l’imprenditore milanese, abbandonando qualsiasi proposito (da cui non è parso ma sfiorato) di farsi proteggere da rimedi istituzionali, è rientrato sotto l’ombrello di protezione mafiosa assumendo Vittorio Mangano ad Arcore e non sottraendosi ma all’obbligo di versare ingenti somme di denaro alla mafia, quale corrispettivo della protezione”.

I RAPPORTI CON MANGANO. “L’assunzione di Vittorio Mangano ad Arcore – scrivono i giudici – è stata decisa non tanto per la nota passione di Mangano per i cavalli, ma per garantire un presidio mafioso all’interno della villa di Berlusconi. Mangano era stato assunto su indicazione di Dell’Utri, circostanza da lui stesso confermata. Dell’Utri ha sempre negato che Mangano fosse un amico e anzi ha affermato di esserne intimorito”. Per la corte, invece, “il rapporto tra i due non si è mai interrotto almeno fino al 1992 e ha subito delle forzate interruzioni solo per i periodi di detenzione di Mangano, affiliato alla famiglia mafiosa di Porta Nuova. La continuità della frequentazione, l’avere pranzato in diverse occasioni con lui sono circostanze che hanno consentito di escludere che i rapporti possano essere stati determinati da paura”. “Del resto – puntualizza il collegio -, Dell’Utri non ha mai dimostrato di temere i contatti con i boss mafiosi e di concludere accordi con loro”.

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