Morto Antonio Manganelli arrestò Santapaola e Madonia

Si è spento il capo della polizia Antonio Manganelli, aveva 62 anni. Le sue condizioni si erano aggravate ieri sera e aveva già ricevuto l’estrema unzione. Tre settimane fa era stato operato per una complicazione cerebrale. E’ morto per una infezione respiratoria. Da anni combatteva contro una malattia inesorabile per la quale era stato in cura per un lungo periodo negli Usa. 

Ha fatto coppia con Gianni De Gennaro per tutti gli anni ’80, numero uno e numero due del nucleo anticrimine e poi del servizio centrale operativo, indagando su mafia e sequestri di persona, droga e criminalità economica, lavorando al fianco di magistrati come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e collaborando con le polizie di mezzo mondo, dall’Fbi alla Bka tedesca. Ha mandato dietro le sbarre boss di primo piano, tra cui Pietro Vernengo, “Piddu” Madonia, Nitto Santapaola, Pietro Aglieri.

Nel ’91, quando De Gennaro tiene a battesimo la neonata Direzione investigativa antimafia, Antonio Manganelli diventa il direttore dello Sco. Sette anni dopo è questore a Palermo, dal ’99 al 2.000 questore a Napoli. Poi di nuovo al fianco di De Gennaro al Viminale, come lui sempre al lavoro, capodanno e ferragosto compresi. In tanti, in questi 6 anni al vertice della Polizia, gli hanno riconosciuto la capacità di mediare. Anche nella societàcivile. “Fare sicurezza – rimarcava Manganelli – significa analizzare i fenomeni e le tensioni sociali. Abbiamo il dovere di gestire anche questi momenti di tensione, coltivando la mediazione e le buone pratiche”.

La comunicazione in questi anni è stata per il Dipartimento di Pubblica sicurezza un altro poliziotto in piazza, sul web, ovunque il risciho minacciava l’ordine pubblico. Anche durante la malattia con la quale combatteva da due anni, il prefetto che sapeva mediare, rimarcava che “comunicare sicurezza aiuta a crescere”. Per questo la sua Polizia ha puntato non solo all’operatività ma alla prevenzione nello sport, parlando alla gente per costruire una “miscela di partenariato” capace di “mettere a fattor comune” il contributo di tutti.

Manganelli, tifoso dell’Avellino calcio – quando poteva era il primo a correre allo Stadio partenio a seguire i lupi biancoverdi – aveva inziato con la consueta schiettezza la battaglia contro il razzismo nel calcio e nello sport: “Per questo abbiamo fondato una lega contro le discriminazioni”. E il 13 febbraio scorso aveva annunciato: “Faremo una struttura interforze e multidisciplinare” contro i fenomeni del razzismo e delle discriminazioni, “con il contributo di tutti coloro che possono aiutarci a comprendere questi fenomeni”.  Il capo dello polizia aveva tracciato anche la road map del progetto: “A maggio saremo nelle condizioni di presentare in Europa questo progetto. Un messaggio importante perchè indicherà quali sono le categorie da tutelare”.

A febbraio aveva ricordato Giovanni Palatucci, “un irpino come me. Non sapevo chi fosse l’ultimo Questore di Fiume”, morto all’età di 36 anni a Dachau, il 10 febbraio 1945, dove era stato deportato per aver salvato migliaia di profughi ebrei sottratti alle persecuzioni naziste. “A farmi scoprire quest’uomo giusto fu un amico, Goffredo Raimo”, confessò il capo della polizia. “Mi diede, in bozza -raccontò ancora Manganelli- una copia del libro che di lì a poco avrebbe dato alle stampe. Erano fogli A4, il libro si stava strutturando pagina dopo pagina. Si intitolava ‘A Dachau per amore’, e fece conoscere a migliaia di persone l’eroismo di Palatucci, il poliziotto irpino che lavorava in silenzio e faceva i fatti”.

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