Operazione anti-caporalato “Sabr”, tra i 16 arresti un sudanese residente a Racalmuto

C’è anche un sudanese residente a Racalmuto, tra le persone coinvolte nell’operazione “Sabr”, che stamattina ha portato i carabinieri ad eseguire, in Puglia ed altre regioni italiane, un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal gip del Tribunale di Lecce su richiesta della locale Procura distrettuale antimafia.  Si tratta di Adem Meki, 52 anni, nato ad Alobaud (Sudan), ma residente a Racalmuto.

È scattata alle tre di questa mattina l’operazione anti-caporalato “Sabr”, dopo l’emissione di ventidue ordinanze di custodia cautelare, di cui sedici già eseguite, da parte del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Lecce, Carlo Cazzella, su richiesta della locale Direzione distrettuale antimafia. Condotta dal Raggruppamento Operativo Speciale di Lecce tra gennaio del 2009 e ottobre 2011, l’operazione ha portato all’emersione dei reati di riduzione e mantenimento in schiavitù e servitù nonché di «un vero e proprio “sistema” criminale, efficientemente organizzato» dedito alla tratta di persone a fini di sfruttamento, composto da cittadini italiani, algerini, tunisini e sudanesi attiva tra la Puglia, la Sicilia, la Calabria e la Tunisia – da cui provenivano, insieme al Ghana, la maggior parte dei migranti – che costituiva la base di partenza dei viaggi.
I migranti venivano allettati dalla prospettiva di un lavoro ben remunerato e in condizioni accettabili. Arrivati in Italia, però, i migranti si ritrovavano invece a lavorare al limite della sopportazione psico-fisica per dieci o dodici ore al giorno ricevendo una paga – compresa tra i venti ed i venticinque euro giornalieri – da consegnare quasi interamente al caporale per la permanenza in alloggi nei quali mancavano l’acqua corrente, i servizi igienici e la corrente elettrica.

 

Il gruppo dei datori di lavoro, al quale viene contestato il rilascio di false certificazioni di assunzione, era costituito dai netini Giuseppe Cavarra, 34enne di Noto e Rosaria Mallia, 35enne, entrambi residenti a Pachino e coinvolti direttamente anche nel reclutamento ; dai neretini Marcello Corvo, 52enne; Bruno Filieri, 49enne; Pantaleo Latino detto “Pantaluccio” 58enne; Livio Mandolfo, 46enne; Salvatore Pano, 56enne; Corrado Manfredi, 59enne e Giuseppe Mariano, detto “Pippi”, 74enne di Scorrano (Lecce); Giovanni Petrelli, 50enne di Carmiano (Lecce).
Del gruppo che materialmente si occupava dell’ingresso dei migranti facevano parte Saed Abdellah, detto “Said”, 26enne sudanese residente a Palermo; Meki Adem, 52enne sudanese residente a Racalmuto (Agrigento); Abdelmalek Aibeche, detto “Alì”, 34enne algerino residente a Vittoria (Ragusa), capo squadra; Belgacem Ben Bechir Aifa, 42enne algerino residente a Nardò, capo squadra; Bilel Ben Aiaya Akremi, 29enne tunisino – residente a Nardò – ritenuto dagli inquirenti il capo della cellula criminale nonché uno dei caporali; Mohamed Hassen Ben, 35enne tunisino, residente a Pachino (Siracusa), reclutatore; Mohamed Yazid Ghachir, detto “Giuseppe l’algerino” o “Capo dei neri”, 44enne algerino residente a Taurianova (Reggio Calabria); Ben Abderrahma Jaouali Sahbi, 43enne tunisino residente a Polignano a Mare (Bari), capo squadra; Saber Ben Mahmoud Jelassi, detto “Giuseppe il tunisino”, “Sabr” o “Capo dei capi”, 42enne tunisino a Santa Maria a Vico, nel casertano, anch’egli considerato dagli inquirenti capo cellula e caporale; Tahar Ben Rhouma Mehdaoui, detto “Mohamed” o “Gullit”, 38enne tunisino residente a Nardò, capo squadra; Nizar Tanjar, 35enne sudanese, residente a Siracusa, anch’egli capo cellula e caporale e Houcine Zroud, 46enne tunisino residente a Santa Croce Camerina (Ragusa), a cui era affidato, oltre al ruolo di caporale, anche quello di reclutatore.

Tra i reati contestati – oltre a quello di riduzione e mantenimento in schiavitù e servitù e tratta di persone – vengono contestati l’associazione a delinquere, l’intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, estorsione, falsità materiale ed ideologica commessa dal privato e dal pubblico ufficiale in atti pubblici nonché il favoreggiamento dell’ingresso di stranieri nel territorio dello Stato in condizioni di clandestinità. Importante, ancora una volta, è stato il contributo arrivato dalle intercettazioni telefoniche, grazie alle quali è stato possibile definire come fosse proprio il gruppo dei datori di lavoro italiani ad imporre il caporalato e le disumane condizioni di lavoro.

 

 

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