OPERAZIONE NUOVA CUPOLA – Guerra tra pm sul blitz di Agrigento, botta e risposta Messineo-Principato

E’ ormai scontro aperto alla procura di Palermo sul blitz che  ha portato in cella 47 presunti affiliati dei clan agrigentini. Un’operazione da qualcuno giudicata intempestiva che avrebbe interferito con un’inchiesta che doveva portare alla cattura del superlatitante Matteo Messina Denaro condotta dai carabinieri del Ros, secondo Teresa Principato, il procuratore aggiunto che coordina le indagini sulla mafia trapanese.
Il magistrato ha messo nero su bianco le sue lamentele e girato un’email infuocata a tutti i colleghi. Non si è fatta attendere la risposta piccata del procuratore Francesco Messineo che, vistando i fermi, ha di fatto autorizzato il blitz “accontentando” i pm della dda che coordinano le inchieste sulle cosche agrigentine che hanno ritenuto di eseguire i provvedimenti nonostante i colleghi avessero paventato il rischio che così si sarebbe “stoppata” l’inchiesta sul padrino latitante.
L’operazione – scrive di fatto Messineo – è pronta dai primi di maggio. Abbiamo già dilazionato i termini per consentire che andassero avanti le indagini su Messina Denaro. “Ora – aggiunge il capo della Procura – ho ritenuto preminente rispetto al possibile approfondimento della linea investigativa già da tempo in atto, l’esecuzione di un provvedimento doveroso avuto riguardo alla gravità dei fatti accertati”.
Ma ad insorgere, oltre all’aggiunto Principato e ai suoi sostituti, convinti che l’inchiesta dei carabinieri, soprattutto negli ultimi periodi, aveva offerto spunti investigativi ottimi, sono gli stessi militari del Ros che  hanno incontrato i magistrati per discutere del caso. Al comando generale la cosa non sarebbe piaciuta affatto e i militari dell’Arma sarebbero arrivati a ipotizzare di interrompere l’attività di ricerca del padrino trapanese su cui tante energie di uomini e mezzi il Raggruppamento Operativo Speciale ha impiegato.

La pista che i carabinieri del Ros stavano seguendo e che il blitz “Nuova Cupola” avrebbe “bruciato” passava per il boss Leo Sutera, 62 anni, di Sambuca di Sicilia, da sempre vicino alla mafia corleonese e in rapporti strettissimi con Messina Denaro. Scarcerato nel 2007 dopo essere stato arrestato in flagranza durante un summit di mafia in corso a Santa Margherita Belice e avere scontato una condanna a 6 anni per associazione mafiosa, il capomafia, soprannominato ‘il professore’, compare nei pizzini trovati nel covo di Bernardo Provenzano il giorno del suo arresto.

“Il professore” fu incaricato dal padrino di Corleone di dirimere una lite scoppiata tra Messina Denaro e i capimafia agrigentini Giuseppe Falsone e Giuseppe Capizzi che avevano provato a chiedere il pizzo a re dei supermercati Despar Giuseppe Grigoli, che aveva aperto dei punti in provincia di Agrigento, prestanome e amico del boss trapanese. Messina Denaro era insorto e Provenzano aveva affidato a Sutera il compito di mediare. Racconta il pentito Maurizio Di Gati che Sutera avrebbe detto: “Chiedere il pizzo a Grigoli significa chiederlo a Messina Denaro. E poi che facciamo: la mattina ci guardiamo allo specchio e ci sputiamo in faccia?”.

Il procuratore aggiunto che indaga sulle cosche agrigentine ieri, dopo il blitz, aveva specificato che la loro indagine non sarebbe nata dalle ricerche del boss trapanese. Ma per i colleghi non basta e visti gli sviluppi recenti dell’inchiesta del Ros si sarebbe sprecata davvero una buona occasione per catturare l’ultimo capomafia di rilievo ancora libero.

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