PALERMO – Ucciso un esponente della cosca di Brancaccio[VIDEO]

A Palermo tornano a far fuoco le armi, molto probabilmente di Cosa nostra, e a cadere sull’asfalto in via Messina Marine davanti al mare sporco della periferia occidentale della città è Francesco Nangano, 51 anni, ex commerciante di auto del quartiere Branacaccio, considerato legato ai boss Graviano, condannato per mafia e omicidio ma poi assolto definitivamente da tutte le accuse e anche risarcito per ingiusta detenzione.
L’agguato è scattato davanti la Gelateria del mare e la scena è quella classica: due sicari su una moto col casco bianco a coprire il volto; uno punta la pistola e fa fuoco quattro volte verso la vittima designata che si trovava nella sua auto dopo aver acquistato carne in una macelleria. Poi arriva la polizia che transenna la zona, il medico legale, gli agenti della scientifica eseguono i rilievi e il cadavere viene portato via mentre la procura apre un fascicolo per omicidio dopo due anni: l’ultimo delitto di mafia a Palermo era avvenuto nell’aprile 2011 quando venne ucciso e fatto trovare incaprettato e seminudo nel bagagliaio di un’auto Davide Romano, 34 anni.
Nangano era stato condannato per mafia a 8 anni di reclusione. Poco prima della sentenza nel settembre 2000 pensò bene di fuggire. Venne catturato un anno dopo quando si scoprì anche che aveva una relazione sentimentale con un’assistente sociale impegnata come giudice popolare in un processo di mafia. La donna lo difese sempre dicendo di non credere assolutamente alla sua mafiosità. Ed ebbe ragione perché l’imputato venne assolto. Nangano venne processato anche per l’omicidio di Filippo Ciotta e condannato in primo grado all’ergastolo e in appello a 24 anni. Poi, dopo il rinvio del processo da parte della Cassazione, assolto definitivamente nel 2005. Ma era già stato in carcere 4 anni e 10 mesi e per questo chiese il risarcimento per ingiusta detenzione. Gli vennero dati 270 mila euro dei 517 mila richiesti.
Il nome di Nangano torna alla ribalta meno di un mese fa, il 25 gennaio, quando l’ANSA scopre che con tre righe su un quotidiano, sotto la dicitura “Pubblicità legale”, si conclude la storia cominciata il 30 marzo 1985 quando la famiglia affranta del rapinatore Filipo Ciotta si recò dai carabinieri per denunciare la scomparsa del giovane di 23 anni. A 28 anni dall’omicidio il tribunale ha dichiarato la “morte presunta”, ordinandone la pubblicazione sul giornale. Ciotta compirebbe 51 anni il prossimo 24 aprile, se la “lupara bianca”, la morte silenziosa che i boss di Cosa nostra attuano per eliminare qualcuno che dà fastidio senza però fare “troppo rumore”, non lo avesse colpito.  La stessa età di Nangano l’uomo considerato per anni il suo assassino che la Giustizia ha assolto e che killer ancora senza volto questa sera hanno ucciso nel quartiere dove è cresciuto e dove aveva amici di “altissimo rango mafioso”.

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