Ritardi, collusioni e nomi eccellenti chiude la mangiasoldi Sicilia e-Servizi

Adesso la rottamazione del (costosissimo) gingillo hi-tech della Regione sarà cosa fatta nel più breve tempo possibile. Adesso. Solo dopo che ci hanno messo le mani sia la magistratura sia lo stesso rigoroso ufficio europeo che ha scoperchiato il “sistema Giacchetto”. Ma, ammesso e non concesso che finalmente si riesca a chiudere Sicilia e-Servizi, la domanda è: perché la liquidazione della partecipata “mangiasoldi” della Regione non è avvenuta prima? Partiamo dalle novità delle ultime ore. «Chiudiamo Sicilia e-Servizi e rivediamo il sistema di gestione dell’informatica della Regione siciliana». È la decisione del governo di Palazzo d’Orleans, riportata ieri da Repubblica e Giornale di Sicilia, dopo l’annuncio dall’assessore all’Economia, Luca Bianchi. 

La società (51% della Regione, 49% di soci privati) ha gestito decine di milioni di euro costando ai siciliani quasi 25 milioni di euro all’anno solo per la manutenzione di software e hardware. Senza contare i fondi europei appaltati direttamente, almeno 150 milioni, sui quali Bruxelles ha aperto un’indagine. L’Olaf, lo stesso Ufficio europeo per la lotta antifrode che aprì il “file Ciapi”, ha chiesto «chiarimenti in merito alla congruità degli importi e di eventuali contratti di subappalto stipulati dal 2005 in poi, oltre che a dettagliate informazioni circa il bando di gara pubblico e le convenzioni stipulate con il socio privato», come scrive il capo degli ispettori Eddy Weyns. E lo stesso governatore Rosario Crocetta, con una tecnica comunicativa tanto efficace quanto ormai abituale, ci fa pregustare «scottanti rivelazioni a breve», annunciando: «Stiamo monitorando tutte le partecipate, abbiamo il sospetto che in Sicilia e-Servizi siano stati in funzione dei meccanismi che potrebbero far emergere gravi fatti e responsabilità che siamo pronti a denunciare». L’ennesima operazione-verità su una società che è il simbolo del compromesso del “cuffarlombardiano”, ma che è ancora in vita, imperante Crocetta.

E allora per capirci qualcosa di più, stavolta più che “seguire i soldi” (come insegnano i migliori investigatori), bisogna inseguire i nomi. A partire da quelli dei soci privati che hanno in mano 49% della Spa: la “Sicilia e-Servizi Venture Scrl”, costituita nel 2005, a sua volta controllata da Engineering Spa (già Atos Origin Italia Spa) e Accenture Spa, capeggiata dall’imprenditore agrigentino Rosario Amodeo, in buoni rapporti prima con Cuffaro e poi con Lombardo. Nel sito di Sicilia e-Servizi ancora oggi risulta come amministratore unico, ma di fatto è il liquidatore, il «prof. avv. Antonio Francesco Vitale».

Che, oltre a essere un prestigioso docente universitario, è stato legale di fiducia di Lombardo (nel 2010 curò, perdendolo, anche il ricorso contro l’elezione dell’odiato Pino Firrarello a sindaco di Bronte), ma anche molto amico dell’ex senatore ed ex delfino di Raffaele, Giovanni Pistorio, oggi potente azionista dell’Udc siciliana, alleata di Crocetta. Nei quadri dirigenziali, oltre all’amministratore delegato Giuseppe Sajeva, si ricorda il presidente Emanuele Spampinato, enfant prodige di Confindustria sotto il Vulcano, fra i fondatori del consorzio Etna Hi-Tech. Spampinato a Catania – oltre che per la grisaglia manageriale – è conosciuto per la devozione alla patrona, tanto che fu presidente del Circolo Sant’Agata, poco prima dell’indagine della Procura (che non sfiorò nemmeno l’imprenditore) sulle mani della mafia nella festa.

Altro pezzo grosso è il direttore generale, Dario Colombo, vicino all’ex ministro Saverio Romano, agli onori delle cronache nel 2011 come primo classificato nella “top ten” dei boiardi di Sicilia: 250mila euro da Sicilia e-Servizi e 50mila dalla Gesap dell’aeroporto di Palermo. Ma le porte girevoli della partecipata e dei soci privati hanno una lunga lista di ingressi eccellenti. Lombardiani, ovviamente: dall’ex capo di gabinetto Antonio Scimemi all’ex ex custode dell’agenda del governatore di Grammichele, Angela Rosano, entrata nel Cda.

E ci fu anche il caso della “nomina 101” di Lombardo: Eugenio Trafficante, commercialista di Burgio, cooptato come presidente del collegio dei sindaci, ma impossibilitato a insediarsi perché in carcere con l’accusa di stalking. Nel 2011 il deputato regionale del Pd Davide Faraone denunciò anche «la presenza dentro Sicilia e-Servizi, come dipendenti assunti rigorosamente senza concorso, della figlia del famoso boss Giovanni Bontade e del di lei marito».

Ma i due erano in ottima compagnia, a leggere i nomi sui contratti di chi dal 2006 ha lavorato – anche con contratti a tempo indeterminato – per l’azienda socia della Partecipata: Pietro Cammarata (figlio dell’ex sindaco di Palermo), Giuseppe D’Orsi (figlio dell’ex presidente della Provincia di Agrigento), Giuseppe Storniolo (figlio dell’allora responsabile del cerimoniale della Presidenza della Regione), Vincenzo Lo Monte (fratello di Carmelo, ex Mpa, oggi deputato del Centro democratico di Tabacci, alleato col centrosinistra), Nicola Babalace (consigliere
Pd a Messina), Deborah Civello (cognata di Francesco Scoma, senatore del Pdl). E la lista dei “parenti di” potrebbeancora continuare. Alcuni di questi sono ricompresi nella lista dei 124 aspiranti al cosiddetto “ripopolamento”, ovvero l’assunzione alla Regione di esterni che lavorano per il socio privato di Sicilia e-Servizi. Una procedura bloccata, fino a prova contraria, dall’assessore Bianchi.

Forse adesso è più chiaro perché Sicilia e-Servizi – che dovrebbe essere già stata soppressa da un bel pezzo – è ancora in vita. Prima in liquidazione e poi ripescata col governo Lombardo, sopravvissuta a una commissione d’inchiesta (con membri di tutti i partiti) nella scorsa legislatura dell’Ars, non depennata nemmeno nel testo di un ddl di riordino delle partecipate regionali presentato dal Pd, con primo firmatario Antonello Cracolici. E poi si arriva a Crocetta. Che, il giorno della vigilia di Natale 2012, aveva inserito Sicilia e-Servizi nella black list delle 13 società pubbliche «che pur essendo in liquidazione da una decina d’anni hanno continuato a spendere», annunciandone la chiusura entro febbraio.

Ma è già cronaca dell’aprile di quest’anno la strigliata del presidente della commissione Bilancio all’Ars, Nino Dina: «Sulle partecipate bisogna far presto», disse. Ricordando i tempi fissati dal legislatore nazionale per le «società controllate direttamente o indirettamente che abbiano conseguito nell’anno 2011 un fatturato da prestazione di servizi a favore delle stesse superiore al 90% del fatturato »: il 31 dicembre per lo scioglimento, il 30 giugno per la cessione delle quote. Ma Dina – alla luce della proposta del governo di unificare Sicilia e-Servizi, Sicilia e-Ricerca e Parco scientifico e tecnologico – affermò che su e-Servizi «l’idea della Regione di acquisire entro dicembre il capitale del socio di minoranza è contro la legge».

Anche il deputato del Pdl, Enzo Vinciullo, a gennaio 2013 in commissione Bilancio all’Ars, aveva denunciato «lo scandaloso affitto, 450mila euro l’anno, che la Regione paga per la sede di Sicilia e-Servizi in via Ammiraglio Paolo Thaon De Revel». Senza avere risposte. E oggi si corre ai ripari. «Rivedremo il settore informatico – dice Bianchi – chiudendo e-Servizi e dando garanzie occupazionali ai 15 dipendenti nell’ambito del riordino delle partecipate», ma sempre «nel rispetto dei reali fabbisogni, senza assunzioni in bianco». Come? «Creeremo un ufficio speciale – afferma – che gestirà tutti gli appalti informatici e sarà alla dipendenze del dipartimento Funzione pubblica». Tutti verbi coniugati al futuro. Un tempo assai rischioso, al cospetto di una “lucertola” trasversale, moribonda tante volte quanto rediviva.
twitter: @MarioBarresi

*articolo pubblicato sull’edizione odierna de La Sicilia

FONTE: LA SICILIA
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