SAN CATALDO – La mafia sulla prostituzione minorile Blitz con diciotto arresti [VIDEO][FOTO]

Una vasta operazione antimafia condotta dalla Polizia di Stato e coordinata dalla Dda di Caltanissetta ha smantellato i vertici mafiosi della famiglia di San Cataldo, una delle cosche storiche del Nisseno. Gli investigatori hanno arrestato complessivamente 18 persone, compreso l’attuale presunto reggente del mandamento, con l’accusa di associazione mafiosa, aggravata dall’essere armata, traffico di stupefacenti, prostituzione anche minorile, sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione.
Le indagini, condotte anche con l’ausilio di intercettazioni, hanno consentito di ricostruire il traffico di stupefacenti, eroina e cocaina, gestito dalla cosca che serviva anche per mantenere le famiglie degli affiliati detenuti. La novità riguarda invece un giro di prostituzione, anche minorile, che alcuni componenti del clan avrebbero organizzato con la complicità di una coppia di romeni, che risultano ancora ricercati. Secondo le indagini, i due avrebbero reperito nel loro paese ragazze giovanissime che venivano poi fatte prostituire in alcune case d’appuntamenti del Nisseno. Un business, quello della prostituzione, che Cosa Nostra siciliana in passato si è sempre rifiutata di gestire, ritenendolo infamante. Le indagini della Polizia sobno state coordinate dal procuratore Sergio Lari e dal sostituto procuratore Stefano Luciani.
GLI ARRESTATI. I provvedimenti sono stati eseguiti dalla Squadra Mobile di Caltanissetta, diretta dallaMarzia Giustolisi e dal dirigente della Sezione Criminalità Organizzata Vincenzo Perta, in collaborazione con le Squadre Mobili di Milano, Bergamo, Mantova e Parma. L’ordinanza è stata firmata dal gip Marcello Testaquadra. In manette sono finiti: Maurizio Calogero Di Vita, 46 anni, di San Cataldo, Antonio Domenico Cordaro, inteso “Mortadella”, di 50 anni di San Cataldo, Salvatore Cordaro, di 53 anni, di San Cataldo, Alfonso Renato Lipari, di 45 anni, di San Cataldo, Carmelo Gisabella, di 49 anni di Caltanissetta, Elis Deda, di 33 anni di Durazzo (Albania), Vincenzo Scalzo, di 42 anni di San Cataldo, Carlo Blandina di 42 anni, di San Cataldo, Pietro Mulone di 40 anni di San Cataldo, Angelo Giumento, di 35 anni di San Cataldo, Gioacchino Chitè, di 55 anni di Caltanissetta, Vincenzo Ferrara di 47 anni, di Caltanissetta, Adrian Daniel Pirvanescu, romeno di 33 anni. Ai domiciliari sono finiti Diana Chiritoiu, romena di 31 anni, Marco Scalzo, 26 anni, di Prato, Salvatore Ferrara, 47 anni di San Cataldo, Salvatore Cagnina, di 39 anni, di San Cataldo, Giovanni Germano Paladino, inteso “Giovanni Chiacchiera”, di 39 anni di Caltanissetta, Fabio Ferrara, di 42 anni di Caltanissetta, Francesco Liuzza di 43 anni di Canicattì.
LE ACCUSE. Tutti sono accusati a vario titolo di associazione di tipo mafioso, aggravata dall’essere armata, estorsione consumata e tentata, associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, associazione per delinquere finalizzata alla prostituzione minorile, sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione. In particolare, Maurizio Di Vita, Antonio Cordaro, Salvatore Cordaro e Alfonso Lipari di associazione mafiosa perché ritenuti affiliati alla famiglia mafiosa di San Cataldo, con Di Vita che sarebbe il reggente; Maurizio Di Vita e Antonio Cordaro anche di estorsione, con l’aggravante dell’aver agito con modalità mafiose; Antonio Cordaro e Alfonso Lipari di favoreggiamento della prostituzione; Maurizio Di Vita, Antonio Cordaro, Alfonso Lipari, Antonio Carmelo Gisabella, Diana Chiritoiu, Elis Deda, Vincenzo Scalzo, Cataldo Blandina, Marco Scalzo, Angelo Giumento, Pietro Mulone, Salvatore Ferrara, Salvatore Cagnina e Gioacchino Chitè di associazione finalizzata al traffico illecito di sostante stupefacenti, nonchè del reato di traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti; Giovanni Paladino, Vincenzo Ferrara e Fabio Ferrara di traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti; Carmelo Gisabella, Diana Chiritoiu e Daniel Pirvanescu di associazione finalizzata allo sfruttamento e al favoreggiamento della prostituzione, anche minorile.
Francesco Liuzza di favoreggiamento della prostituzione.
Adrian Daniel Pirvanescu e Diana Chiritoiu sono irreperibili
L’INCHIESTA. L’indagine ha preso le mosse dalla collaborazione con la giustizia di Alberto Ferrauto che ha rivelato quanto sapeva in ordine ad appartenenti e ad attività gestite da famiglie mafiose di diversi contesti della provincia nissena, tra cui San Cataldo. In seguito si è arricchita del contributo di altri collaboratori di giustizia (Pietro Riggio, Santino Mirisola, Ercole Iacona, tutti appartenenti alla famiglia mafiosa di Caltanissetta e Ciro Vara di Vallelunga Pratameno), nonché di dichiarazioni di soggetti gravitanti negli ambienti criminali, anche di tipo mafioso, dell’abitato di San Cataldo (Rosario Fabio Cammarata e Emanuele Ferrara), i quali hanno offerto importanti conferme alle acquisizioni raccolte sulla base delle attività tecniche. Anche i collaboratori di giustizia gelesi (Massimo Carmelo Billizzi, Crocifisso Smorta, Carmelo Barbieri) hanno fornito utili dichiarazioni sui mafiosi di San Cataldo per notizie apprese in carcere attinenti alla loro mai estinta posizione di comando nella famiglia mafiosa di riferimento.
Le lunghe e copiose attività di intercettazioni telefoniche, ambientali, di video sorveglianza hanno permesso di raccogliere concreti elementi indiziari in ordine alla perdurante appartenenza alla famiglia mafiosa di San Cataldo di Maurizio Calogero Di Vita, Antonio Domenico Cordaro e Salvatore Cordaro, soggetti già ritenuti organici a Cosa nostra di quel centro nell’ambito dell’operazione «Leopardo», scaturita dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Leonardo Messina.
Infatti, già nel periodo compreso tra il 1980 ed il 1985, Salvatore ed Antonio Cordaro (inteso mortadella) ed anche Maurizio Di Vita, poi ritualmente affiliati a cosa nostra, erano soggetti a disposizione di Messina per lo spaccio di sostanze stupefacenti, per compiere attentati estorsivi ai danni di imprese, per fare da corrieri di armi.
Le indagini hanno fatto emergere che, una volta tornati in libertà, Maurizio Di Vita, Antonio Cordaro e Salvatore Cordaro hanno continuato a delinquere. E proprio con il ritorno in paese del Di Vita, la situazione di vertice della famiglia mafiosa di San Cataldo subiva un ulteriore mutamento poiché Di Vita, forte anche dell’investitura da parte di Cataldo Terminio (storico capo del clan da tempo in carcere), riusciva a riprendere in mano le redini delle illecite attività gestite dall’organizzazione criminale, diventando il reggente della famiglia mafiosa, scalzando Salvatore Calì (poi ucciso a San Cataldo il 27 dicembre 2008).
L’attività di indagine in argomento faceva emergere plasticamente, non solo la perdurante appartenenza alla famiglia di San Cataldo di Maurizio Di Vita e dei fratelli Cordaro e la più recente organicità al sodalizio mafioso di Alfonso Lipari, ma anche le modalità attraverso cui gli esponenti mafiosi di San Cataldo hanno esercitato, concretamente, il loro potere sul territorio, nonché le illecite attività attraverso cui hanno tratto le risorse economiche da destinare agli affiliati, prime fra tutte l’attività estorsiva, esercitata anche attraverso la classica forma dell’imposizione di ditte riconducibili agli appartenenti al sodalizio.
In riferimento alle attività estorsive, veniva compiuta attività di riscontro alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e si appurava la piena responsabilità di Di Vita e di Antonio Cordaro Antonio in ordine a due estorsioni compiute, a San Cataldo.
La prima è stata compiuta nel 1999, sia da Di Vita che da Cordaro, ai danni di una ditta che fu costretta a versare una somma di danaro, a titolo di “pizzo”, dell’importo di trenta milioni di lire (pari al 3% del valore complessivo dei lavori aggiudicati) in relazione all’appalto per il miglioramento ed adeguamento dell’incrocio con la S. P. per San Cataldo al km 55+720.
La seconda, invece, è stata messa a segno nel 2006 solo da Antonio Cordaro il quale aveva costretto il titolare di una ditta e il suo socio ad affidare lavori in sub appalto a ditte di sua fiducia in relazione alla realizzazione di tre edifici (ma non vi riuscì perché le vittime ebbero il coraggio di dire no). I due imprenditori vennero anche minacciati pesantemente in quanto, davanti ai cancelli di entrata dei due cantieri, vennero rinvenute due bottiglie in plastica contenenti della benzina, con due accendini fissati nella parte superiore con nastro adesivo di colore nero.

Inoltre si registrava un altro dato inquietante e cioè che i commercianti che subivano rapine e/o furti si rivolgevano ai mafiosi a cui, evidentemente, avevano pagato la “protezione”: così il responsabile dell’esercizio commerciale Sidis si rivolgeva a Antonio Cordaro dopo una rapina. E infatti il clan aveva imposto ai delinquenti locali di non “disturbare” titolari di esercizi commerciali ed attività imprenditoriali che già si trovavano sotto l’ala protettiva della famiglia mafiosa poiché soggetti all’imposizione del “pizzo”.
LA PROSTITUZIONE. Le indagini hanno svelato anche l’esercizio delle attività di prostituzione, ad opera delle ragazze rumene nella disponibilità degli odierni indagati, in particolare di Gisabella, di Chiritoiu e di Pirvanescu che hanno dato corso ad una struttura che, in maniera sia pure rudimentale, è stata in grado di gestire per un apprezzabile lasso di tempo l’attività di prostituzione esercitata dalle ragazze, curandone minuziosamente tutte le fasi relative al reclutamento delle donne nel luogo di origine, al successivo trasferimento in Italia ed alloggio in immobili a disposizione degli indagati, al procacciamento dei clienti ed al conseguenziale sfruttamento economico delle prestazioni sessuali a pagamento offerte.
Le acquisizioni investigative hanno dimostrato l’abitualità delle prestazioni sessuali e, certamente, il fine di lucro alle stesse sottese; infatti molte le conversazioni telefoniche intercettate attinenti al reclutamento delle ragazze da avviare all’attività di prostituzione e al guadagno che gli indagati traevano dall’attività di prostituzione esercitata dalle ragazze rumene. Gisabella, Chiritoiu e Pirvanescu sono risultati coinvolti in maniera continuativa nel favoreggiamento della prostituzione, mentre Liuzza Cordaro, Lipari, in maniera occasionale, in quanto anche loro favorivano la prostituzione delle prostitute rumene, facendosi da intermediari per procurare alle stesse clienti che intendevano usufruire di prestazioni sessuali a pagamento.


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