STRAGE CAPACI – Individuato il commando: 8 arresti

Vent’anni dopo, emerge un altro pezzo di verità dai misteri del 1992: la Procura diretta da Sergio Lari e la Dia hanno dato un nome ai componenti del commando mafioso che procurò e preparò l’esplosivo che uccise il giudice Giovanni Falcone, la moglie e i tre poliziotti della scorta. E’ stato l’ultimo pentito di Cosa nostra, Gaspare Spatuzza, a offrire gli spunti giusti, chiamando in causa alcuni fedelissimi di Giuseppe Graviano, il capomafia del quartiere palermitano di Brancaccio che sta dietro tutte le stragi del ’92 e del ’93. Si tratta di Giuseppe Barranca, Cristofaro Cannella, Cosimo Lo Nigro, Giorgio Pizzo, Vittorio Tutino e Lorenzo Tinnirello. Sono tutti in carcere già da tempo, con condanne pesanti per reati di mafia ed omicidio. Nei loro confronti è scattata una nuova ordinanza di custodia cautelare, firmata dal gip di Caltanissetta Francesco Lauricella, su richiesta del procuratore aggiunto Domenico Gozzo e dei sostituti Onelio Dodero e Stefano Luciani. Il provvedimento riguarda anche Cosimo D’Amato, il pescatore che consegnò al gruppo di sicari l’esplosivo prelevato da alcuni vecchi ordigni trovati in mare, e Salvo Madonia, uno dei reggenti della potente famiglia palermitana di Resuttana, ritenuto uno dei mandanti della strage Falcone, assieme a tutta la Cupola mafiosa. Anche D’Amato e Madonia sono già in carcere. L’ultimo ad essere arrestato è stato il pescatore di Santa Flavia, nel novembre dell’anno scorso: la Procura di Firenze, che indaga sulle stragi mafiose del 1993, ritiene che D’Amato avrebbe fornito l’esplosivo anche per gli eccidi di Roma, Milano e Firenze.

Di quel commando di Brancaccio mai nessun pentito aveva parlato nel corso dei processi celebrati per la strage di Capaci, conclusi con una quarantina di condanne, fra mandanti ed esecutori. Giuseppe Graviano aveva ordinato massima risarvatezza per le operazioni di confezionamento dell’eplosivo, e così avvenne: 200 chili di tritolo, prelevato dal mare, furono poi consegnati a Giovanni Brusca, che intanto aveva procurato altri 200 chili di esplosivo utilizzato nelle cave, “l’Euranfo 70”. Per la sistemazione della carica finale, Brusca si avvalse di due consulenti: il cugino, che lavorava con gli esplosivi nelle cave, e Pietro Rampulla, un estremista di destra che aveva anche lui molta dimestichezza con gli esplosivi.  

“Con quest’ultima indagine  –  dice il procuratore Sergio Lari  –  riteniamo di aver fatto una ricostruzione completa della fase organizzativa della strage del 23 maggio 1992. E non sono emerse responsabilità di soggetti esterni a Cosa nostra”. Per la Procura di Caltanissetta non ci sono dunque zone d’ombra nella fase esecutiva dell’eccidio di Capaci. L’unica mano sarebbe stata quella dei sicari di mafia, che agirono su un preciso mandato di Totò Riina.

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