TRATTATIVA STATO/MAFIA – Sismi:” ’93 rischio attentato Napolitano”

E’ passato solo un giorno dalle bombe a San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro, a Roma, quando il Sismi stila una nota riservata in cui mette per iscritto che una fonte confidenziale aveva preannunciato un attentato, a metà agosto, a Giorgio Napolitano e Giovanni Spadolini, allora presidenti di Camera e Senato. E’ il 29 luglio del 1993. Dopo qualche giorno, il 4 agosto, gli 007 militari vanno oltre e inviano un allarme ai colleghi del Servizio civile, al Viminale, al ministero della Difesa e ai vertici dell’Arma e della Guardia di Finanza. Una decisione, quella di divulgare le notizie apprese, dopo avere valutato e “promosso” l’attendibilità del confidente. Il carteggio e la nota del Sismi, finora top secret, sono finiti agli atti del processo sulla trattativa Stato-mafia. I pm Roberto Tartaglia e Nino Di Matteo li hanno depositati oggi insieme a un’altra nota riservata degli 007 di fine agosto in cui si dà atto che solo il potenziamento delle misure di sicurezza disposte per le due personalità politiche aveva evitato che gli attentati fossero realizzati. L’allarme lanciato dai Servizi potrebbe essere la chiave per dare una risposta a un interrogativo rimasto finora oscuro: perché Cosa nostra scelse di colpire proprio San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro? Quelle bombe contenevano un messaggio preciso a Giorgio Napolitano e Giovanni Spadolini? Tra i documenti che i pm stanno poi analizzando c’è un singolare verbale redatto al termine di una riunione fatta al Cesis il 6 agosto del 1993: gli analisti di varie forze di polizia tra cui la Dia di De Gennaro, il Ros di Mario Mori, quest’ultimo tra gli imputati del processo sulla trattativa, e il Dap fecero il punto sulle bombe di quel periodo, arrivando a prospettare che dietro ci fossero organizzazioni terroristiche straniere. Che la mano fosse mafiosa, insomma, era solo una delle ipotesi. Perché solo 4 giorni dopo, però, la Dia di De Gennaro, prima, poi lo Sco di Antonio Manganelli parlarono di trattativa e ricondussero gli attentati alla volontà mafiosa di intavolare un dialogo per eliminare o attenuare il carcere duro? Mentre il processo sul dialogo tra pezzi dello Stato e clan prosegue, va avanti anche l’indagine parallela sul ruolo dell’eversione nera, dei servizi deviati e della massoneria nelle stragi. Ed è in quest’ambito che i pm hanno interrogato, nei mesi scorsi, l’ex Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia Giuliano Di Bernardo sentito in merito alle infiltrazioni mafiose e della ‘ndrangheta nella massoneria, allo scisma che spaccò il Goi, nel 1993, e le dimissioni dello stesso Di Bernardo. I pm sono andati a rivedere quello che per l’epoca fu un vero e proprio terremoto. Di Bernardo lasciò la guida del Grande Oriente e prima di dimettersi andò dal duca di Kent, massima autorità massonica, per segnalargli il rischio di ingerenze criminali legate a mafia e ‘ndrangheta. Un incontro, quello tra il Gran Maestro e il duca, che porto’ quest’ultimo a revocare il riconoscimento al Grande Oriente d’Italia. Sentito dai pm Di Bernardo ha confermato di avere saputo di presenze criminali infiltrate nel Grande Oriente e di essere venuto a conoscenza che stavano per accadere fatti gravi. Una ricostruzione un po’ vaga di quegli anni, quella riferita ai magistrati, che, però, nel 1993 deve avere allarmato il duca di Kent arrivato a prendere provvedimenti drastici. Anche il racconto di Di Bernardo è finito agli atti del processo sulla trattativa.[ANSA]

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