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AGRIGENTO – L’Ispettrice Maria Volpe accompagna bimba ivoriana dalla madre [Vd Tg]

Camara Zeinabou, 31 anni, la mamma della piccola Oumoh, la bimba ivoriana di 4 anni arrivata sola a Lampedusa (Ag), i ha potuto finalmente riabbracciare la figlia che non vedeva da cinque mesi. L’incontro è avvenuto  nell’aeroporto di Palermo. Ad accoglierla sottobordo anche l’ispettrice della Questura di Agrigento Maria Volpe, che si è occupata della bimba fin dal giorno del suo arrivo nell’isola della Pelagie e ha assistito la donna aiutandola ad ottenere il passaporto per l’Italia. Zeinabou, rimasta bloccata in Tunisia per ragioni burocratiche, ai cronisti ha raccontato la sua odissea, cominciata nella sua terra, la Costa d’Avorio, da dove la donna e un’ amica erano fuggite insieme alla piccola per sottrarre la bimba alla pratica dell’infibulazione, fino al loro arrivo a Tunisi.

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PALERMO – “Sbirri siete voi, don Ciotti secondino”

«Sbirri siete voi, don Ciotti secondino». Un’altra scritta contro il sacerdote fondatore dell’associazione Libera è apparsa stamane a Palermo, dopo quelle della scorsa settimana a Locri, dove il 21 marzo si è svolta la manifestazione nazionale in ricordo di tutte le vittime della mafia.

Il messaggio intimidatorio è stato scritto con vernice nera nel quartiere Noce, su un muro all’ingresso di una villetta pubblica intitolata a Rosario Di Salvo, l’autista di Pio La Torre ucciso con il segretario regionale del Pci il 30 aprile del 1982.

A poca distanza un’altra scritta, «Dalla Chiesa assassino», con il disegno di una falce e martello e la firma Br. Sono intervenuti i carabinieri e hanno fatto cancellare le scritte.

Solidarietà a Don Luigi Ciotti, anche in questa occasione, è arrivata da più parti.

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Medici non dissero che aveva un tumore: risarcimento a famiglia di un agrigentino

Una casa di cura di Palermo è stata condannata, dal giudice del tribunale del capoluogo siciliano Enrico Catanzaro, a pagare 135 mila euro di risarcimento danni ad una famiglia agrigentina. Lo riporta oggi il quotidiano La Sicilia.
La vicenda risale a diversi anni fa quando un agrigentino è stato ricoverato nella struttura sanitaria per un intervento al cuore. Nessuno dei cardiochirurghi che, allora, operarono il paziente si sarebbe preoccupato di informare l’uomo o i suoi familiari del fatto che aveva un tumore.
Dopo il decesso dell’agrigentino, la famiglia – con l’assistenza dei legali Giuseppe Zucchetto, Giuseppe Arnone e Luciano Schillaci – ha citato in giudizio la struttura sanitaria. Il tribunale ha emesso sentenza di condanna per “il danno di perdita di chance di sopravvivenza”

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PALERMO – L’avvocato Fragalà fu ucciso dalla mafia: sei arresti

L’omicidio Fragalà fu un delitto di mafia: è la tesi della procura di Palermo che ha chiesto e ottenuto l’arresto di 6 persone accusate dell’omicidio del penalista palermitano Enzo Fragalà, aggredito a due passi dal suo studio a febbraio del 2010, nel centro della città e morto 3 giorni dopo il ricovero in ospedale. Il procuratore Francesco Lo Voi ha illustrato i particolari dell’indagine in una conferenza stampa in Procura.

«Sia per le modalità esecutive che per le finalità, come ha anche riconosciuto il gip, possiamo dire che il delitto Fragalà è un omicidio di mafia che doveva costituire un segnale all’intera classe forense», ha detto Lo Voi.
Secondo quanto ricostruito dalle indagini, condotte dai carabinieri, il penalista avrebbe pagato con la vita l’avere convinto alcuni clienti ad assumere un atteggiamento di apertura nei confronti degli inquirenti. «Cosa – ha spiegato il comandante provinciale dell’arma Antonio Di Stasio – che non era piaciuta alla mafia».

Il penalista palermitano venne aggredito a bastonate all’uscita dal suo studio legale il 23 febbraio 2010. Le sue condizioni apparsero subito gravissime. I killer prima gli spezzarono le gambe e lo fecero cadere a terra, poi si accanirono su di lui colpendolo alla testa. Morì dopo tre giorni di coma.

Secondo la procura a ordinare l’omicidio fu il boss del “mandamento” di Porta Nuova Francesco Arcuri. Gli esecutori materiali furono Paolo Cocco e Francesco Castronovo. Tutti e tre erano liberi al momento dell’arresto. Il delitto fu programmato dai mafiosi del Borgo Vecchio Antonino Abate, Salvatore Ingrassia e dal boss di Resuttana Antonio Siragusa. I tre, tutti detenuti per altro, vennero indagati e arrestati in passato per l’omicidio, ma poi scarcerati.

Nella prima indagine, chiusa con un’archiviazione, era già emerso il coinvolgimento di cosa nostra nel delitto, ma il movente, poi rivelatosi falso, venne individuato in presunte avances fatte da Fragalà alla moglie di un detenuto vicino alla mafia. Pista sostenuta anche da una collaboratrice di giustizia, che, però, secondo gli inquirenti, avrebbe riferito voci messe in giro da cosa nostra per allontanare da se i sospetti.

Un contributo fondamentale all’indagine sull’omicidio del penalista palermitano Enzo Fragalà è venuto dal collaboratore di giustizia Francesco Chiarello. «Le dichiarazioni di Chiarello – ha detto Lo Voi – che era a conoscenza di molti particolari sulla programmazione e sull’esecuzione del delitto, sono state sottoposte a verifiche. Da Chiarello sono poi partite altre attività investigative».

 

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Fiumefreddo lascia Riscossione Sicilia

Antonio Fiumefreddo si dimetterà oggi pomeriggio dalla carica di amministratore unico di Riscossione Sicilia. Lo ha comunicato poco fa al presidente della Regione, Rosario Crocetta.

“Ho capito – dice – che l’intenzione del Parlamento è quella di chiudere Riscossione Sicilia. Se per colpire me sono disposti a danneggiare le settecento famiglie dei lavoratori di Riscossione, allora sono io che mi faccio da parte”.

 

Fiumefreddo è da tempo entrato in rotta di collisione con l’Ars. Il Parlamento siciliano gli contesta il mancato risanamento dei conti della partecipata, da qui l’ultimo scontro in commissione bilancio avvenuto appena una settimana fa sui cinquanta milioni che Fiumefreddo chiedeva di stanziare per coprire il deficit della società.

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PALERMO – Il clochard bruciato vivo, l’assassino: “Sono pentito”

Verrà interrogato questa mattina in carcere a Palermo Giuseppe Pecoraro, il benzinaio di 45 anni che ha confessato di avere bruciato vivo Marcello Cimino, il clochard che dormiva nel suo giaciglio sotto i portici della mensa di via Cappuccini.

L’uomo, già sabato sera, dopo l’arresto, parlando con gli uomini della Squadra mobile aveva detto di avere agito “in un momento di follia” mostrandosi pentito per quel gesto. “E’ stato un raptus, non lo rifarei. Mi pento”, aveva detto al termine dell’interrogatorio Giuseppe Pecoraro. Un pentimento arrivato solo dopo che gli uomini della Squadra mobile, guidati da Rodolfo Ruperti, gli hanno mostrato le immagini del video in cui si vede l’uomo che getta addosso la benzina al clochard. Pecoraro, durante l’interrogatorio, ha detto che con Cimino c’era un rapporto di conoscenza.

“Era venuto pure a casa mia, alla Zisa, a mangiare, qualche volta – ha detto Pecoraro, che è difeso dalle avvocate Carolina Varchi e Brigida Alaimo – Pure i miei genitori lo conoscevano”.

Ma la sera prima del delitto Pecoraro e Cimino sarebbero arrivati alle mani per gelosia. Perché il benzinaio temeva che Cimino gli insidiasse la donna con cui aveva una relazione. Intanto, l’avvocato Giuseppe Giamportone si è detto disponibile di assistere gratuitamente le figlie e la moglie di Cimino. L’inchiesta è coordinata dal Procuratore aggiunto Claudio Corselli e dai pm Maria Forti e Alfredo Gagliardi.

E ieri sera centinaia di persone hanno partecipato alla fiaccolata organizzata per ricordare Marcello Cimino, il clochard bruciato vivo venerdì notte mentre dormiva nel suo giaciglio sotto i portici della mensa di San Francesco in via Cipressi.

Prima della fiaccolata, le centinaia di persone presenti si sono radunate nella Chiesa dei Cappuccini dove padre Domenico Spatola ha voluto ricordare la figura di Marcello Cimino. Presenti la moglie, Iolanda, e le due figlie minorenni. Oltre al sindaco Leoluca Orlando, il vicesindaco Emilio Arcuri e diversi assessori, tra cui Giovanna Marano, Andrea Cusumano.

“Ci speravo che venisse tanta gente”, ha detto padre Spatola ai giornalisti – Penso che sia un segno di coscienza civica, collettiva dinnanzi a un fatto che ci ha letteralmente costernati, qualcosa di orripilante pensare di uccidere un uomo inerme, senza dargli la possibilità di una replica. E’ il senso del niente. Chi fa questo non ha niente nella mente, il vuoto”.

Arrivati sotto i portici, luogo dell’omicidio, c’è stato un lungo applauso al nome di Marcello, mentre le due figlie minori di Cimino hanno appeso una lettera aperta al padre: “Ciao vita mia del mio cuore – scrivono -Permettici l’ultima volta di salutarti. Non pensavamo che ci lasciassi così presto, non pensavamo che finisse così. Mi manchi da morire vita mia anche se ne abbiamo passate tante rimarrai il mio amico, vero amore, il mio uomo, il mio Re. Ti porteremo per sempre nel nostro cuore. Proteggici da lassù, ma soprattutto dacci la forza per andare avanti papà. Ti amiamo più di ogni altra cosa al mondo”.

Il sindaco Leoluca Orlando, che prima della fiaccolata ha a lungo parlato con i familiari di Marcello Cimino, ha ribadito che il Comune “si costituirà parte civile nel processo che ci sarà”.

Intanto stasera, alle 21, l’arcivescovo Corrado Lorefice parteciperà a un momento di raccoglimento nella chiesa dei Cappuccini., i funerali invece saranno celebrati oggi, alle 12, proprio mentre si terrà l’interrogatorio dell’assassino, nella Chiesa dell’Annunciazione del Signore, in via Verdinois, nella zona di Medaglie d’oro a Palermo.

La chiesa si trova nel quartiere in cui l’uomo aveva vissuto per molti anni con la ex moglie e le due figlie minorenni. Padre Cesare Rattoballi, che lo conosceva bene, dice che “Marcello Cimino era una persona tormentata ma buona. Molti qui abbiamo cercato di aiutarlo, senza riuscirci. Siamo addolorati per quello che è accaduto”.

Una vita quella di Marcello tormentata. Per esempio anche i nipoti hanno detto di non sapere che Marcello Cimino viveva per strada: “Nessuno di noi familiari sapeva che mio zio fosse un clochard, l’ho appreso da voi giornalisti. Se solo lo avessi saputo, la sera sarei venuto qui per costringerlo a venire con me a casa. Non ci aveva mai detto nulla. Siamo sconvolti” ha detto all’Adnkronos Vincenzo Calascibetta, figlio di una delle sorelle di Marcello Cimino. “Ogni tanto ci incontravamo, ma lo vedevo sempre pulito, con la barba fatta – racconta tra le lacrime – Nessuno di noi avrebbe mai immaginato che dormisse all’aperto, sotto i portici della mensa dei cappuccini. Non lo immaginavamo”.

Ma Vincenzo, a differenza delle figlie della vittima, non chiede che l’assassino “faccia la stessa fine di Marcello”: “Ci deve pensare la giustizia – dice – Una fine del genere non si augura neppure a un animale, figuriamoci a un uomo. Io quando vedo sui social quei post in cui ci sono i cani che vengono maltrattati sto male, immaginiamo cosa possa provare per mio zio ucciso in quel modo. Il video è terribile. Ci deve pensare Dio a questo assassino. Mio zio era una persona buona – dice ancora Vincenzo Calascibetta – non meritava questa fine”.

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MAFIA – Maxi confisca della Gdf all’imprenditore di Altofonte Andrea di Matteo del valore di 4,5mln

Ad Altofonte, in provincia di Palermo, la Guardia di Finanza del Nucleo di Polizia Tributaria ha confiscato una società edile che opera nel settore degli scavi e delle costruzioni, del valore di circa 4 milioni e 500mila euro, e che è ritenuta riconducibile ad Andrea Di Matteo. Il provvedimento è stato disposto dalla sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo, a conclusione dell’iter successivo al sequestro risalente 2014. Di Matteo è stato arrestato nel 2010 perché sarebbe stato parte della famiglia mafiosa di San Giuseppe Jato – Altofonte, e si sarebbe impegnato come postino per il boss ex latitante Domenico Raccuglia al quale avrebbe fornito denaro e ospitalità. In Appello Andrea Di Matteo è stato assolto dall’accusa di associazione mafiosa, ma la stessa sentenza della Corte ha sottolineato che i colloqui intercettati tra l’imputato e alcuni imprenditori, e le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, dimostrano il ruolo di Di Matteo nella cosca.

 

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PALERMO – Con auto irrmpe in portineria, danni

Un automobilista a Palermo ha scambiato l’ingresso del condominio per un garage. L’uomo, probabilmente ubriaco, ha abbattuto il portone d’ingresso ed è rimasto incastrato nella vettura fino a quando non è stato liberato. Lievi ferite. Nell’impatto ha distrutto la portineria ed è finito nella rampa delle scale, provocando vari danni. E’ successo in via Nicolò Turrisi al numero 48 in pieno centro.
    Sono intervenuti i carabinieri, i sanitari del 118 e i vigili del fuoco.
   

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PALERMO – “Nessun danno erariale”, Corte dei Conti assolve l’ex primario Tutino

 La sezione giurisdizionale siciliana della Corte dei conti ha rigettato la richiesta di condanna formulata dalla Procura regionale nei confronti di Matteo Tutino, l’ex primario del reparto di Chirurgia plastica dell’ospedale Villa Sofia, finito in un’inchiesta della procura di Palermo per operazioni di chirurgia estetica eseguiti in ospedale a spese del servizio sanitario perché ritenute funzionali. Il giudice contabile ha affermato di non avere giurisdizione in ordine alle domande dalla procura perché non sono stati ravvisati gli estremi del danno erariale per i compensi percepiti da Tutino dall’ospedale Sant’Elia di Caltanissetta nel periodo in cui lo stesso era dipendente del Policlinico collocato in aspettativa senza assegni. I giudici della Corte dei conti hanno accertato, come è stato dimostrato dagli avvocati Sabrina Donato e Giuseppe Cannizzo, difensori dell’ex primario, che esisteva una convenzione tra i due ospedali e che sino a quando Tutino, prima di essere collocato in aspettativa non retribuita, percepiva lo stipendio dal Policlinico, l’attività prestata al Sant’Elia era a titolo gratuito.    

     “E’ emerso – spiegano gli avvocati – che già dal 2007, l’ospedale nisseno, per interventi salvavita su pazienti intrasportabili aveva chiesto e ottenuto la relativa formale autorizzazione”. Per i giudici risulterebbe “paradossale riconoscere all’amministrazione di appartenenza, non altrimenti danneggiata, il diritto di vedersi riversato quanto guadagnato dal suo dipendente, anche a prescindere dalla autorizzazione, nella specie rilasciata, perché in mancanza di una oggettiva perdita ciò costituirebbe un vero e proprio, indebito, guadagno per l’amministrazione. In assenza di un effettivo depauperamento del pubblico erario, ci si trova innanzi a una fattispecie che non rientra nella giurisdizione della Corte dei conti. Pertanto, nessun danno, nessun ammanco, perdita e/o impoverimento, a differenza di quanto infondatamente ipotizzato dalla Procura”.

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Incidente stradale mortale sulla Palermo – Sciacca: morto partinicese

Un automobilista, Vincenzo Visconti, 69 anni di Partinico è morto nello scontro tra due vetture sulla statale Palermo Sciacca, all’altezza di Altofonte (Pa). Sono intervenuti i carabinieri, i sanitari del 118, i vigili del fuoco e gli operai dell’Anas. La vittima era a bordo di una Chevrolet che si è scontrata con una Toyota guidata da un automobilista che è stato trasportato all’ospedale Policlinico. Le sue condizioni sono gravi, ma non ha la riserva sulla vita. Gli automobilisti sono stati estratti dalle lamiere dai vigili del fuoco.

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