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MAFIA – Nessuna prova del summit con Lombardo, le motivazioni della sentenza


Lo scorso 31 marzo 2017 la Corte d’Appello di Catania ha assolto l’ex presidente della Regione, Raffaele Lombardo, dall’accusa di concorso esterno all’associazione mafiosa condannandolo a 2 anni di reclusione, pena sospesa, per corruzione elettorale aggravata dal metodo mafioso ma senza i caratteri dell’intimidazione e della violenza. Ebbene, adesso sono state depositate le motivazioni della sentenza, e i giudici della Corte, tra l’altro, affermano: “Il contestato summit tra i vertici mafiosi e Raffaele Lombardo nel giugno del 2003 a casa dell’ex presidente della Regione è un fatto assolutamente privo di riscontro probatorio, ed è certamente errata la collocazione temporale assegnata dal giudice di primo grado dato che Carmelo Puglisi, che secondo le dichiarazioni del boss pentito Santo La Causa sarebbe stato presente al summit, nell’estate del 2003 era ancora detenuto”. Le motivazioni sono accolte con soddisfazione da due legali di Raffaele Lombardo, gli avvocati Alessandro Benedetti e Filippo Dinacci, che commentano: “La sentenza rende giustizia delle tante fantasiose ricostruzioni operate dal giudice di primo grado facendo verità sui nodi più spinosi del processo. E dimostreremo in Cassazione l’insussistenza anche delle residuali accuse ancora a carico di Raffaele Lombardo”.

 

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VITTORIA – Arrestato ex Sindaco Giuseppe Nicosia e il fratello per mafia e voto di scambio nelle elezioni 2016


I Finanzieri di Catania, dopo un’indagine coordinata dalla Procura etnea, ha eseguito sei misure di arresti domiciliari per scambio elettorale politico-mafioso in relazione alle elezioni amministrative del 2016 del comune di Vittoria (Ragusa).

Tra le persone arrestate anche l’ex sindaco Giuseppe Nicosia e il fratello Fabio, attuale consigliere comunale, Giombattista Puccio e Venerando Lauretta, entrambi giàcondannati per associazione mafiosa.

La notizia di un’inchiesta sulle amministrative del 2016 a Vittoria, con nove indagati, si diffuse a giugno dello scorso anno, a pochi giorni dal voto. Il fascicolo era stato aperto dall’allora procuratore aggiunto di Catania, Amedeo Bertone, oggi procuratore a Caltanissetta, e dal sostituto della Dda etnea Valentina Sincero, che avevano delegato le indagini alla guardia di finanza.

Furono le perquisizioni eseguite dalle Fiamme gialle nei comitati elettorali di alcuni candidati del Pd a fare emergere la notizia. Il fascicolo, di cui è titolare il procuratore Carmelo Zuccaro, scaturì dalle dichiarazioni di due collaboratori di giustizia, Biagio Gravina e Rosario Avila.

L’ex sindaco Giuseppe Nicosia (Pd) commentò l’indagine parlando di “infondata accusa infamante” e di “macchina del fango”, che “si è diffusa nei gangli vitali, nei settori economici e in quelli politici della città, con il coinvolgimento di settori criminali che evidentemente non hanno gradito l’azione di legalità portata avanti con determinazione dalla mia amministrazione”.

“Voglio che sia la magistratura – aggiunse – ad acclarare e a smascherare il disegno criminoso che esponenti mafiosi, evidentemente toccati dalla mia azione e dalle mie denunce contro i clan, e ispirati da chissà chi, hanno inteso macchinare”.

A essere eletto sindaco è stato Giovanni Moscato, 40 anni, avvocato, che ha fatto segnare una svolta storica a Vittoria: dopo 70 anni, il Comune non è più retto da un esponente della sinistra come lo era stato dal 1946 al 2016.

Il nuovo sindaco, a capo di una coalizione di liste civiche, è un esponente del centrodestra che quando furono eseguite le perquisizioni era tra i nove indagati, ma è totalmente estraneo all’operazione di oggi.

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CAMPOBELLO DI LICATA – Vietati i funerali di Ignazio Accascio


Il questore di Agrigento, Maurizio Auriemma, ha vietato, per motivi di ordine e sicurezza pubblica, i funerali di Ignazio Accascio, 77 anni, ritenuto il capomafia di Campobello di Licata, arrestato nell’ambito dell’inchiesta antimafia cosiddetta “Ghost 2 – Saraceno”. Accascio ha scontato 10 anni di reclusione e nel marzo del 2016 il Tribunale di Agrigento, accogliendo l’istanza dei difensori, gli avvocati Nino Gaziano e Salvatore Manganello, ha revocato ad Accascio la misura cautelare della libertà vigilata in quanto non più socialmente pericoloso. I funerali avrebbero dovuto svolgersi ieri pomeriggio, nella chiesa dell’Immacolata a Campobello di Licata.

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CAMPOBELLO DI LICATA – Mafia, è morto Ignazio Accascio, aveva 77 anni


All’età di 75 anni, è morto Ignazio Accascio, arrestato nell’operazione “Ghost 2” e ritenuto, per diversi anni, il capomafia di Campobello di Licata. Accascio è morto nella sua casa di via Marx dove viveva dopo aver scontato una condanna a 10 anni di carcere, per associazione mafiosa, ed essere stato liberato nel 2015. Fu ritenuto un mafioso di spicco, almeno fino al momento dell’arresto, interfaccia

dell’allora boss mafioso latitante, Giuseppe Falsone arrestato poi in Francia. Nel 2011, i carabinieri di Agrigento, su ordine del Tribunale del capoluogo e della Direzione distrettuale antimafia, avevano sequestrato terreni e fabbricati, per un valore di 300 mila euro circa.

L’anno successivo, nel 2012, i terreni ed i fabbricati per un valore di 300 mila euro sono tornati nella sua disponibilità. Negli ultimi anni, secondo gli investigatori, non aveva assunto più alcun ruolo all’interno della consorteria.

 

 

 

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LICATA – Al Comune 25 beni confiscati alla mafia


Al Comune di Licata saranno prossimamente trasferiti 25 beni confiscati alla mafia. Si tratta di terreni e fabbricati, che si aggiungono ai 12 già trasferiti. L’agenzia nazionale per i beni confiscati ha trasmesso l’elenco degli immobili confiscati a seguito di misure di prevenzione eseguite dal tribunale di Agrigento. Il Comune di Licata nel frattempo è lavoro sui progetti per ristrutturare due dei beni confiscati che versano in stato di abbandono, in Corso Brasile e in Contrada Pisciotto.

 

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MAFIA E MASSONERIA – Il Gran Maestro consegna tutti gli elenchi degli iscritti di Castelvetrano alla Polizia [VIDEO]


“Non corrisponde al vero quanto riportato nel rapporto che il prefetto di Trapani ha inviato al governo nazionale e anche sulla base del quale si sono bloccate le elezioni comunali, che la loggia del Grande Oriente d’Italia castelvetranese non ha fornito gli elenchi degli iscritti quando le è stato richiesto”.

Lo ha detto il gran maestro del Goi Stefano Bisi nel corso di una conferenza stampa tenuta in un albergo di Castelvetrano al termine di una due giorni durante la quale circa 300 massoni siciliani aderenti al Grande Oriente d’Italia si sono riuniti nel centro belicino su iniziativa della loggia “Francisco Ferrer” della quale è maestro venerabile Quintino Paola.

“La loggia “Francisco Ferrer” – ha aggiunto Bisi, 59 anni, gran maestro dall’aprile 2014 – da anni consegna spontaneamente gli elenchi degli iscritti alla polizia. Il Goi si è opposto, con esposto alla Corte europea dei diritti dell’uomo e una denuncia alla Procura della Repubblica di Roma, al sequestro di tutti gli elenchi degli iscritti nelle regioni Sicilia e Calabria dal 1990 in poi perché riteniamo un atto arbitrario e un abuso quello fatto attuare dalla Commissione parlamentare antimafia. Non può essere una giustificazione il fatto che ci sono inchieste che riguardano alcuni esponenti che potrebbero appartenere alla massoneria in senso generale intesa”.

Il gran maestro ha evidenziato che “Il primo marzo, nella sede nazionale, sono venuti 13 finanzieri dello Scico, tra cui uno armato, e hanno fatto perquisizione e sequestri durati 14 ore. Poi ho letto su un giornale che il sen. Fava, vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia, riferiva che da una prima visione dei nomi non ne risultano di eclatanti. Mi chiedo che nomi eclatanti si cercavano. Eventuali infiltrazioni mafiose che purtroppo possono esserci in qualsiasi tipo di amministrazione? Noi facciamo controlli associativi e effettuiamo anche delle sospensioni”.

L’ Intervista di Elio Indelicato a Stefano Bisi Grande Maestro del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani [CASTELVETRANONEWS.IT]

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MAFIA – Maxi inchiesta “Icaro”, 12 condanne e 10 assoluzioni


Dodici condanne ma anche dieci assoluzioni, qualcuna relativa a posizioni di rilievo. Il gup Roberto Riggio, ha emesso la sentenza del processo scaturito dall’inchiesta “Icaro” che avrebbe disarticolato le nuove famiglie mafiose dell’Agrigentino in continua riorganizzazione dopo le varie operazioni che l’hanno colpita al cuore.

Quattordici anni di reclusione sono stati inflitti a Pietro Campo, 65 anni, di Sambuca di Sicilia, ritenuto “esponente di vertice dell’organizzazione criminale nel territorio”. Nonostante il gip non avesse accolto, in un primo momento, la quasi totalità delle richieste in sede cautelare, il giudice, al termine del processo con rito abbreviato, lo ha ritenuto colpevole di associazione mafiosa e gli ha inflitto 14 anni di reclusione in continuazione con una precedente sentenza.

Per il figlio Giovanni, 36 anni, accusato di essere un componente della famiglia mafiosa di Sambuca, è stata decisa l’assoluzione. Condanna anche per il presunto capo della famiglia mafiosa di Agrigento: un’altra vecchia conoscenza della mafia agrigentina. Antonino Iacono, 63 anni, detto “u giardinisi” perchè residente da sempre nella frazione di Giardina Gallotti, è stato condannato in continuazione a 14 anni e 8 mesi di reclusione.

Assoluzione, invece, per il presunto capo della famiglia mafiosa di Favara, Giuseppe Picillo, 54 anni (difeso dalll’avvocato Angelo Nicotra), collega di lavoro di Iacono: entrambi lavorano nella ditta Fauci Laterizi. Francesco Messina, 60 anni, cugino del padre del boss Gerlandino Messina, è stato condannato a 14 anni e 8 mesi di reclusione con l’accusa di essere stato il nuovo capo della cosca di Porto Empedocle seguendo il solco di una lunga tradizione di famiglia.

Ecco, nel dettaglio la sentenza, fra parentesi le richieste di pena formulate dai pm Claudio Camilleri e Bruno Brucoli. 14 anni e 8 mesi in continuazione (20 anni) per Antonino Iacono inteso “Ninu u giardinisi”, 61 anni, residente nella frazione di Giardina Gallotti, 14 anni e 8 mesi (20 anni) per il capo della famiglia mafiosa di Porto Empedocle, Francesco Messina, 60 anni, zio del boss Gerlandino Messina; 10 anni (12 anni) per Rocco D’Aloisio, 46 anni, di Sambuca di Sicilia; e 8 anni e 8 mesi (9 anni) per Tommaso Baroncelli, 40 anni, di Santa Margherita Belice; assolto Domenico Bavetta, 34 anni di Montevago (9 anni); assoluzione (12 anni di reclusione) per Giuseppe Picillo, 53 anni, di Favara; 10 anni e 8 mesi (9 anni) per Mauro Capizzi, 47 anni, di Ribera, assoluzione (9 anni) per Gioacchino Iacono, 36 anni, di Realmonte, assoluzione (9 anni) Giuseppe Lo Pilato, 44 anni, di Giardina Gallotti; 14 anni complessivamente in continuazione per Pietro Campo, 65 anni, di Santa Margherita Belice (20 anni); assoluzione (8 anni di reclusione) per Giovanni Campo 25 anni; 10 anni (12 anni) per Francesco Capizzi inteso “il milanese”, 50 anni, di Porto Empedocle, 10 anni (12 anni) per Francesco Tarantino inteso “Paolo”, 29 anni, di Agrigento, residente a Porto Empedocle; 10 anni e 4 mesi (14 anni) per Giacomo La Sala, 47 anni, di Santa Margherita Belice; assoluzione (6 anni) per Piero Guzzardo, 37 anni, di Santa Margherita Belice; assoluzione (12 anni) per Gioacchino Cimino, 61 anni, di Agrigento residente a Porto Empedocle, 10 anni (12 anni) per Santo Interrante, 34 anni, di Santa Margherita Belice; assoluzione (8 anni) per Francesco Pavia, 35 anni, di Porto Empedocle; 3 anni e 4 mesi (6 anni) per Emanuele Riggio, 45 anni, di Monreale; assoluzione (3 anni e 4 mesi) per Domenico Cucina, 48 anni, di Lampedusa, assoluzione (otto anni) per Leonardo Marrella 38 anni di Montallegro e 10 anni (15 anni) per Diego Grassadonia, 54 anni, di Cianciana.

 

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MAFIA – Sequestro beni da 11 milioni di euro alla famiglia Stanzù indicata come affiliata ai clan di Enna e di Gela [VIDEO]


Beni per un valore equivalente superiore a 11 milioni di euro sono stati sequestrati dai finanziari del Gico e dai carabinieri, a conclusione di indagini patrimoniali coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Caltanissetta, a Giacomo Gabriele Stanzù, 57 anni, attualmente detenuto, e ai suoi congiunti.

Secondo le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia Stanzù, condannato a 14 anni per omicidio aggravato dal metodo mafioso, sarebbe stato in contatto con esponenti della famiglia mafiosa di Enna e di Gela, in particolare con Daniele Emanuello, morto nel 2007 in un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine che stavano per catturarlo.

Il provvedimento, emesso dal Tribunale di Enna, riguarda il sequestro di 349 ettari di terreno e 8 fabbricati fra Aidone, Assoro e Piazza Armerina oltre a 10 autovetture e diversi conti correnti postali e bancari.

I beni in questione, riferibili a Stanzù in base ai risultati del’indagine, sono stati sequestrati a Elisabetta Buttaccio Tardio, 30 anni di Nicosia, Domenica, Benedetta e Nicola Antonio Stanzù, rispettivamente di 51, 54 e 40 anni tutti di Capizzi e Carlotta Conti Mammanica, 41 anni di Enna.

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MAFIA- Colpo al clan di Brancaccio, 34 arresti [VD1][VD2]


La Polizia e la Guardia di Finanza di Palermo, eseguendo un provvedimento emesso dal Gip nell’ambito di indagini della Direzione Distrettuale Antimafia, stanno procedendo, in Sicilia, Toscana, Lazio, Puglia, Emilia Romagna e Liguria, all’esecuzione di 34 misure cautelari nei confronti di mafiosi della cosca di Brancaccio e loro complici e al sequestro di numerose aziende, per un valore complessivo di circa 60 milioni di euro. Tra gli arrestati c’è Pietro Tagliavia, capo del mandamento mafioso di Brancaccio e della famiglia di ”Corso dei Mille”, attualmente ai domiciliari. 

Le indagini, eseguite dalla Squadra Mobile e dal Gico del Nucleo di Polizia Tributaria di Palermo, hanno consentito di fare luce su episodi di minacce, danneggiamento, estorsione, furto e detenzione illegale di armi da parte di esponenti della cosca di Brancaccio e di ricostruire l’organigramma delle famiglie mafiose che appartengono al mandamento, definendo ruoli e competenze di ciascuno e individuando i capi. L’inchiesta ha svelato il controllo, da parte della mafia, di un gruppo imprenditoriale che opera in diverse regioni, tra le quali Sicilia e Toscana. Polizia e Guardia di Finanza stanno sequestrando veicoli e autoveicoli utilizzati per la commissione dei reati contestati e aziende riconducibili ai mafiosi arrestati.

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PIETRAPERZIA – Il sindaco cambia idea: il comune parte civile al processo contro i boss


Il sindaco Antonio Bevilacqua cambia idea e così Pietraperzia, per la prima volta nella storia, si costituisce parte civile a un processo di mafia, in una delle città dell’Ennese dove Cosa Nostra è da sempre radicata e forte. I dodici imputati del processo «Primavera» rispondono, a vario titolo, di associazione mafiosa, tentata estorsione, traffico d’armi e reati minori. La decisione del sindaco, esponente del M5S, è stata presa lunedì sera.

La giunta ha conferito incarico a titolo gratuito all’avvocato Mario Giarrusso, senatore grillino e componente della commissione parlamentare antimafia. Sino a domenica, infatti, Bevilacqua aveva deciso l’esatto contrario: nessuna costituzione di parte civile, per dare un segnale di apertura nei confronti di quanti, giovanissimi imparentati con gli imputati, rischiavano di essere risucchiati da un mondo che non appartiene loro, perché costretti a pagare colpe non loro.

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