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CANICATTI’ – Mafia, confermata in Cassazione confisca beni per l’imprenditore Diego Guarneri


I giudici della Corte di Cassazione hanno confermato la confisca dei beni del controvalore di oltre un milione di euro decisa dalla Corte d’Appello di Palermo per l’imprenditore agricolo Diego Gioacchino Guarneri, 49 anni di Canicattì (Ag) che venne arrestato il 29 marzo 2004 nell’operazione “Alta mafia” e finì in carcere prima di essere assolto in Cassazione dall’accusa di far parte della famiglia mafiosa locale e soprattutto di essere l’erede naturale dello zio Diego Guarneri ucciso in un agguato di mafia nell’ottobre del 2000.

Nonostante l’assoluzione il patrimonio di Guarneri costituito da terreni, aziende agricole ed immobili resta confiscato. Gran parte dei beni sono stati affidati alla cooperativa sociale “Lavoro & non solo” costituita a Canicattì federata a Libera e trasferita come sede sociale a Corleone in provincia di Palermo

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MAFIA – “Sono stanco di fare il mafioso, voglio cambiare vita”. Si pente Vitale, boss di Resuttana


«Mi sono stancato di fare il mafioso, voglio cambiare vita», comincia così la lunga confessione di Giovanni Vitale, detto il Panda, mafioso del clan Resuttana, a Palermo, arrestato il 24 gennaio dopo due mesi di latitanza.

Vitale ha cominciato a collaborare facendo rivelazioni sul racket delle estorsioni. A interrogarlo le pm Annamaria Picozzi e Amelia Luise. I verbali con le sue dichiarazioni sono stati depositati oggi agli atti del processo denominato Apocalisse a carico di boss e gregari dei clan palermitani.

Vitale era stato condannato per mafia a 8 anni e 4 mesi nella tranche di Apocalisse celebrata in abbreviato. I carabinieri l’hanno trovato in un appartamento di Giardinello.

Giovanni Vitale è diventato  ufficialmente latitante  a dicembre scorso. Lo status è stato messo nero su bianco dalla Corte d’appello di Palermo.  Vitale si nascondeva da metà ottobre, quando i carabinieri sono andati a notificargli il ripristino di una misura cautelare decisa dalla Cassazione e non lo hanno trovato in casa.

Vitale era un nome famoso a Resuttana. Quando si decise di esautorare l’allora reggente Giuseppe Fricano, Vitale, che ne era stato il braccio operativo, sarebbe stato lasciato al suo posto. Vitale in carcere c’è finito quattro vote ma è stato sempre scarcerato.

E doveva tornarci nell’ambito della vicenda per la quale ha rimediato una condanna in secondo grado a quattro anni. Avrebbe tentato di imporre il pizzo ai titolari di due discoteche. Ma non sarebbe stata la condanna a spaventarlo, ma piuttosto dovere stare senza la sua compagna. A tradirlo sarebbe stato l’amore.

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MAFIA – Colpo alla famiglia di Alcamo: 6 arresti, c’è anche il boss Melodia [VIDEO]


L’hanno ribattezzata “Operazione Freezer” perchè i fedelissimi del superlatitante Matteo Messina Denaro si riunivano nella cella frigorifero di un fruttivendolo di Alcamo per discutere delle questioni più delicate. Summit veloci, naturalmente. Sette, dieci minuti al massimo.  Al fresco pensavano di essere al sicuro da microspie e telecamere. E, invece, no. I poliziotti della squadra mobile di Trapani, diretti da Fabrizio Mustaro, sono riusciti a trasformare la cella frigorifero dei summit nel “confessionale” del Grande fratello. E un altro blitz è scattato, coordinato dalla procuratrice aggiunta di Palermo Teresa Principato e dai sostituti Carlo Marzella e Gianluca De Leo.
Il nuovo capo del mandamento mafioso di Alcamo è una vecchia conoscenza della direzione distrettuale antimafia diretta da Francesco Lo Voi: si tratta di Ignazio Melodia, u dutturi,  ex medico dell’ufficio d’igiene della cittadina trapanese, rimasto in carcere dal 2002 al 2012. Non appena scarcerato, Melodia è tornato a ricoprire il massimo incarico sul territorio. Con il medico boss sono state arrestate altre cinque persone.

Nell’ambito delle indagini sul mandamento mafioso di Alcamo, il centro Dia di Trapani, coordinato dal tenente colonnello Rocco Lopane, ha invece svelato i retroscena di un’estorsione commessa da Ignazio Melodia, incastrato ancora una volta dalle intercettazioni. E’ stato un imprenditore a registrarlo di nascosto col telefonino mentre recitava il monologo del padrino: «Io mezza provincia di Trapani comando».

Salvatore Giacalone detto “u prufissuri” aveva l’incarico di avvicinare i sindaci di Alcamo. Ignazio Melodia, medico, è rimasto scritto all’albo nonostante la condanna per associazione mafiosa

L’albo dei medici della provincia di Trapani continua ad annoverare tra i propri iscritti l’alcamese Ignazio Melodia, 62 anni, arrestato nella notte accusato di essere il capo della potente cosca alcamese. Nonostante pesanti condanne inflitte, Ignazio Melodia, licenziato dall’Asp della quale era dipendente, non è stato rimosso dall’albo provinciale dell’Ordine dei Medici. Oltre a Melodia durante la notte Polizia e Dia hanno arrestato l’alcamese Salvatore Giacalone, 63 anni, detto “u prufissuri”, Antonino Stella, marsalese, 70 anni, Filippo Croce Cracchiolo, alcamese di 57 anni, titolare di un’azienda di ortofrutta all’interno della quale era collocata la cella frigorifero che i boss alcamesi utilizzavano per i loro summit, tutti finiti intercettati dalla Squadra Mobile di Trapani, il castellammarese Vito Turriciano, che ha ricevuto l’ordinanza di misura cautelare in carcere (fu coinvolto nel blitz antimafia “Cemento del Golfo”) e di recente è stato anche condannato per mafia ed estorsioni, in manette ancora Giuseppe Di Giovanni, 33 anni. Tra i risvolti dell’indagine il tentativo della mafia di avvicinare l’ex sindaco di Alcamo, Sebastiano Bonventre. Erano giorni carichi di tensione per Boinventre e Salvatore Giacalone lo avvicinò, come risulta da intercettazioni, offrendogli la protezione della mafia. Offerta che Bonventre non solo respinse ma andò anche a denunciare. La mafia alcamese poi avrebbe anche cercato di avvicinare l’attuale sindaco Domenico Surdi, prendendo spunto da un problema di rifornimento idrico che a poche settimane dall’elezione riguardò la zona alcamese e quella di Alcamo Marina., Pare che volevano sondare il sindaco appena eletto, ma i mafiosi non trovarono alcuna sponda per potere intervenire sulla nuoba amministrazione. Durante le ultime elezioni la consorteria mafiosa attraverso Di Giovanni si sarebbe mossa a favore della moglie di quest’ultimo Alida Maria Lauria (Figlia del Dott. Baldassarre Lauria), candidata nella lista “Insieme si può” che faceva riferimento al candidato sindaco Baldassare Lauria. Di Giovanni in una intercettazione non solo parlava con la moglie rivendicando il suo profondamente essere mafioso, ma parlava di tanto altro, anche di minacce rivolte ad un soggetto costretto ad obbedirgli sotto la minaccia di una pistola impugnata dallo stesso Di Giovanni.

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CAMPOBELLO DI MAZARA – Imprenditori vicini a Messina Denaro scatta la confisca del patrimonio [VD]


Un nuovo colpo al patrimonio riconducibile al boss latitante Matteo Messina Denaro e alla famiglia mafiosa di Campobello di Mazara è stato inferto dai carabinieri del Ros e del comando provinciale di Trapani, che hanno proceduto alla confisca dei beni per un valore complessivo di circa 13 milioni di euro a carico degli imprenditori Filippo Greco, Antonino Moceri e Antonino Francesco Tancredi, nonostante siano stati assolti lo scorso anno dalla corte di appello di Palermo.

Il tribunale di Trapani ha infatti evidenziato la sussistenza dei presupposti alla base dell’originario provvedimento di sequestro, disponendo la confisca di 108 immobili (tra cui ville, abitazioni, fabbricati industriali e terreni), 4 società operanti nel settore dell’olivicoltura, 11 veicoli e numerosi rapporti bancari.

I tre imprenditori erano stati arrestati nel dicembre del 2011 nell’ambito dell’operazione “Campus belli” disposta dalla procura distrettuale antimafia di Palermo, per concorso esterno in associazione mafiosa e fittizia intestazione di beni, insieme ad altri indagati, tra cui Simone Mangiaracina, di 76 anni, e Cataldo La Rosa, di 48, considerati il braccio operativo dell’anziano boss di Campobello di Mazara Leonardo Bonafede.

L’indagine aveva messo in luce le modalità di controllo delle attività economiche e produttive del territorio da parte dell’organizzazione, riconducibile a Matteo Messina Denaro, attraverso la gestione occulta di società e imprese in grado di monopolizzare il remunerativo mercato olivicolo.

Era emersa infatti la riconducibilità alla famiglia mafiosa di Campobello di Mazara degli oleifici della Moceri Antonino & c. srl e dell’Eurofarida srl, che il capomafia trapanese avrebbe intestato fittiziamente agli imprenditori Antonino Tancredi e Antonino Moceri, al fine di eludere la normativa antimafia.

Oltre a queste aziende, sono state oggetto di confisca anche la società semplice Moceri olive e l’impresa individuale Tancredi Antonino Francesco, entrambe operanti nel settore agricolo e olivicolo, risultate provento di attività illecite.

Nel provvedimento di confisca, notificato in questi giorni dai carabinieri, anche il compendio patrimoniale di Filippo Greco, già titolare di società immobiliari e di costruzioni nella provincia di Varese, e ritenuto imprenditore di riferimento del noto Francesco Luppino.

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MAFIA – Revocata confisca beni ad Anna Patrizia Messina Denaro


La Corte d’appello di Palermo ha revocato, su istanza della difesa, il provvedimento di confisca dei beni (tre terreni agricoli per un valore di 70 mila euro) disposto nel settembre 2015 dal tribunale di Trapani per Anna Patrizia Messina Denaro, sorella del boss mafioso latitante Matteo. I beni sottoposti a confisca rappresentavano l’equivalente che, secondo l’accusa, era sarebbe stato estorto a Girolama La Cascia attraverso tre assegni per 70 mila euro. Dall’accusa di estorsione, però, la sorella del boss è stata assolta. Revocando la misura di prevenzione patrimoniale, la Corte d’appello di Palermo ha confermato quella di prevenzione personale: i quattro di sorveglianza speciale, con obbligo di soggiorno. Lo scorso 10 ottobre, a conclusione del processo di secondo grado scaturito dall’operazione “Eden” del 13 dicembre 2013, la Corte d’appello di Palermo (presidente Raimondo Lo Forti) condannò Anna Patrizia Messina Denaro a 14 anni e 6 mesi di carcere per associazione mafiosa, nonché per la tentata estorsione a un’altra donna, Rosetta Campagna. (ANSA).

 

 

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D I A – Relazione semestrale:”La mafia si evolve attraverso i colletti bianchi”


La tradizionale immagine della mafia e del mafioso è ormai un retaggio del passato: essere «uomo di mafia», oggi, è qualcosa di più evanescente e più complesso e, proprio per questo, più difficile da scoprire. Gli investigatori sono alle prese, negli ultimi anni, con questa “trasformazione” della criminalità organizzata nella quale, accanto al “mafioso stricto sensu”, «espressione genetica della consorteria», si colloca «tutta quella sfera di soggetti estranei alla compagine criminale, il cui operato diventa però funzionale, se non addirittura necessario, alla sopravvivenza e al rafforzamento dell’organizzazione mafiosa».

Il problema, evidenzia la Dia nella sua ultima relazione semestrale, è che il disvalore dei comportamenti di questi ultimi, i cosiddetti “colletti bianchi”, non è immediatamente percepibile; al contrario, in molti casi sembrano comportamenti “fisiologici in una società complessa”: ma aver capito questo «processo in atto di emancipazione dallo stereotipo del mafioso tradizionale» ha consentito di mettere a punto i primi strumenti di contrasto. Quello che ora chiede la Dia è di «valorizzare e rendere sempre più efficaci strumenti normativi che consentano di combattere le organizzazioni criminali su una frontiera, quella dei “professionisti contigui” dell’economia, dell’imprenditoria, della politica e della pubblica amministrazione che, «ammantandosi di mafiosita’, sembrano aver raccolto il testimone per traghettare le mafie tradizionali verso un nuovo modo di essere mafie». 

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MAFIA – “Nuova Cupola”, rigettata richiesta scarcerazione Ribisi


La Corte d’Appello di Palermo ha rigettato la richiesta di scarcerazione avanzata dai difensori, gli avvocati Daniela Posante e Valerio Vianello Accorretti, per Francesco Ribisi, 34 anni, di Palma di Montechiaro, detenuto al 41 bis, e già condannato, nell’ ambito dell’ inchiesta antimafia nell’agrigentino cosiddetta “Nuova Cupola”. Secondo la difesa di Ribisi, i termini di custodia cautelare, che intercorrono tra sentenza di primo grado e appello, sarebbero scaduti da quasi 3 mesi. I giudici invece sostengono che non scadranno prima del 14 febbraio del 2019.

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PALERMO – Mafia e gas, nuovo sequestro per gli eredi di Brancato


Sono stati sequestrati definitivamente i beni della famiglia Brancato per un valore di 1,5 milione di euro e anche gioielli e preziosi, ritenuti provento di attività illecita. Nonostante un primo sequestro preventivo della guardia di finanza di Palermo del maggio 2013, fiumi di soldi sarebbero andati a finire nei conti correnti del Principato di Andorra. Ezio Brancato era un funzionario della Regione Siciliana morto nel 2000 e faccendiere del boss Bernardo Provenzano e di Vito Ciancimino.

Successivamente il nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza di Palermo ha avviato parallelamente indagini nei confronti della famiglia per “trasferimento fraudolento di valori” in Italia e per “riciclaggio” nel Principato, anche sulla base delle informazioni scambiate tra le Fiamme gialle e le autorità di polizia andorrane e con la collaborazione tra l’ufficiale di collegamento della guardia di finanza all’Ambasciata d’Italia a Madrid.

Si è scoperto che i conti sono stati alimentati con 39 bonifici bancari, disposti da banche spagnole ed effettuati in soli due mesi, tra il giugno e l’agosto del 2013, ovvero immediatamente dopo il primo sequestro disposto dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo.

Il sequestro nei confronti della moglie Maria D’Anna e delle figlie, Monia e Antonella di Ezio Brancato, morto nel 2000 e fino al 1981. Il funzionario della Regione Siciliana aveva effettuato nel corso degli anni investimenti in società operanti nel campo della metanizzazione, sia in Sicilia che in Abruzzo ed era socio del cosiddetto “Gruppo GAS” di Palermo, la cui attività era stata costantemente controllata e favorita illecitamente da Vito Ciancimino e Bernardo Provenzano. Nel gennaio 2004, il “Gruppo GAS” era stato venduto alla multinazionale spagnola “Gas natural”, per un valore di oltre 115 milioni di euro, dei quali oltre 46 milioni di pertinenza della famiglia Brancato.

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MAFIA – Catturato nel Catanese il boss Nizza. Tra i 100 latitanti più pericolosi d’Italia


È stato catturato nel Catanese Andrea Nizza, considerato a capo del braccio armato della cosca Santapaola e a capo di uno più vasti traffici di droga. Era inserito nell’elenco dei 100 latitanti più pericolosi d’Italia.

Carabinieri del comando provinciale di Catania lo hanno arrestato a Viagrande, assieme a due suoi amici che avevano preso in affitto la casa in cui si nascondeva. Probabilmente alla sua cattura si è giunti anche grazie alle indicazioni del fratello del ricercato, Fabrizio, che è un collaboratore di giustizia.

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PALERMO – Mafia, boss dello Zen: condanne per oltre un secolo


Leggeri, seppur significativi, sconti di pena ma anche tante conferme rispetto ad una sentenza di primo grado che aveva prodotto oltre un secolo di carcere.

 Sentenza d’appello per i 12 imputati ritenuti al vertice della cosca mafiosa dello Zen 2 di Palermo. Associazione mafiosa, traffico di droga ed estorsione le accuse mosse nei confronti del gruppo criminale tenuto dal boss Guido Spina, insieme a Vincenzo Cosenza. Come riportato dal Giornale di Sicilia, per entrambi è arrivato uno sconto di pena dal giudice Roberto Riggio, rispetto alla sentenza di primo grado risalente al gennaio scorso, ossia quasi un anno fa. Un paio di mesi in meno sui 20 anni a testa di carcere affibbiati ai due, mentre addirittura un anno e 4 mesi in meno di detenzione è stato concesso a Sebastiano Arnone e Salvatore Giordano, intanto pentitisi. 9 anni e 4 mesi Pietro Vitale, 9 anni a testa per Alba Li Calsi e Maria Valenti, rispettivamente mogli di Spina e Cosenza. Otto anni ciascuno, invece, per Angela e Antonio Spina, figli del boss che tra i tanti suoi averi, poteva vantare una villa di assoluto lusso a pochi metri dal rione popolare dello Zen, oggi San Filippo Neri. 10 anni, infine, per Francesco Firenze, 8 per Nicolò Cusimano e 4 per Paolo Meli. Tutti responsabili di aver, direttamente o indirettamente, creato una fitta rete di spaccio di stupefacenti, soprattutto hashish e cocaina, oltre a diverse estorsioni sempre circoscritte al quartiere del capoluogo. Cinque le assoluzioni: quelle di Isidoro Cracolici e Nunzio Lombardo, ai quali il Gup aveva dato due anni a testa in primo grado, di Antonino Di Maio dai 2 anni e 8 mesi, di Giuseppe Leto (un anno e otto mesi) e Giovanni Battista Di Giovanni, al quale era stato dato un anno, tolto ieri in attesa del responso per tutti della Cassazione.

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