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LICATA – Al Comune 25 beni confiscati alla mafia


Al Comune di Licata saranno prossimamente trasferiti 25 beni confiscati alla mafia. Si tratta di terreni e fabbricati, che si aggiungono ai 12 già trasferiti. L’agenzia nazionale per i beni confiscati ha trasmesso l’elenco degli immobili confiscati a seguito di misure di prevenzione eseguite dal tribunale di Agrigento. Il Comune di Licata nel frattempo è lavoro sui progetti per ristrutturare due dei beni confiscati che versano in stato di abbandono, in Corso Brasile e in Contrada Pisciotto.

 

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MAFIA E MASSONERIA – Il Gran Maestro consegna tutti gli elenchi degli iscritti di Castelvetrano alla Polizia [VIDEO]


“Non corrisponde al vero quanto riportato nel rapporto che il prefetto di Trapani ha inviato al governo nazionale e anche sulla base del quale si sono bloccate le elezioni comunali, che la loggia del Grande Oriente d’Italia castelvetranese non ha fornito gli elenchi degli iscritti quando le è stato richiesto”.

Lo ha detto il gran maestro del Goi Stefano Bisi nel corso di una conferenza stampa tenuta in un albergo di Castelvetrano al termine di una due giorni durante la quale circa 300 massoni siciliani aderenti al Grande Oriente d’Italia si sono riuniti nel centro belicino su iniziativa della loggia “Francisco Ferrer” della quale è maestro venerabile Quintino Paola.

“La loggia “Francisco Ferrer” – ha aggiunto Bisi, 59 anni, gran maestro dall’aprile 2014 – da anni consegna spontaneamente gli elenchi degli iscritti alla polizia. Il Goi si è opposto, con esposto alla Corte europea dei diritti dell’uomo e una denuncia alla Procura della Repubblica di Roma, al sequestro di tutti gli elenchi degli iscritti nelle regioni Sicilia e Calabria dal 1990 in poi perché riteniamo un atto arbitrario e un abuso quello fatto attuare dalla Commissione parlamentare antimafia. Non può essere una giustificazione il fatto che ci sono inchieste che riguardano alcuni esponenti che potrebbero appartenere alla massoneria in senso generale intesa”.

Il gran maestro ha evidenziato che “Il primo marzo, nella sede nazionale, sono venuti 13 finanzieri dello Scico, tra cui uno armato, e hanno fatto perquisizione e sequestri durati 14 ore. Poi ho letto su un giornale che il sen. Fava, vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia, riferiva che da una prima visione dei nomi non ne risultano di eclatanti. Mi chiedo che nomi eclatanti si cercavano. Eventuali infiltrazioni mafiose che purtroppo possono esserci in qualsiasi tipo di amministrazione? Noi facciamo controlli associativi e effettuiamo anche delle sospensioni”.

L’ Intervista di Elio Indelicato a Stefano Bisi Grande Maestro del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani [CASTELVETRANONEWS.IT]

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MAFIA – Maxi inchiesta “Icaro”, 12 condanne e 10 assoluzioni


Dodici condanne ma anche dieci assoluzioni, qualcuna relativa a posizioni di rilievo. Il gup Roberto Riggio, ha emesso la sentenza del processo scaturito dall’inchiesta “Icaro” che avrebbe disarticolato le nuove famiglie mafiose dell’Agrigentino in continua riorganizzazione dopo le varie operazioni che l’hanno colpita al cuore.

Quattordici anni di reclusione sono stati inflitti a Pietro Campo, 65 anni, di Sambuca di Sicilia, ritenuto “esponente di vertice dell’organizzazione criminale nel territorio”. Nonostante il gip non avesse accolto, in un primo momento, la quasi totalità delle richieste in sede cautelare, il giudice, al termine del processo con rito abbreviato, lo ha ritenuto colpevole di associazione mafiosa e gli ha inflitto 14 anni di reclusione in continuazione con una precedente sentenza.

Per il figlio Giovanni, 36 anni, accusato di essere un componente della famiglia mafiosa di Sambuca, è stata decisa l’assoluzione. Condanna anche per il presunto capo della famiglia mafiosa di Agrigento: un’altra vecchia conoscenza della mafia agrigentina. Antonino Iacono, 63 anni, detto “u giardinisi” perchè residente da sempre nella frazione di Giardina Gallotti, è stato condannato in continuazione a 14 anni e 8 mesi di reclusione.

Assoluzione, invece, per il presunto capo della famiglia mafiosa di Favara, Giuseppe Picillo, 54 anni (difeso dalll’avvocato Angelo Nicotra), collega di lavoro di Iacono: entrambi lavorano nella ditta Fauci Laterizi. Francesco Messina, 60 anni, cugino del padre del boss Gerlandino Messina, è stato condannato a 14 anni e 8 mesi di reclusione con l’accusa di essere stato il nuovo capo della cosca di Porto Empedocle seguendo il solco di una lunga tradizione di famiglia.

Ecco, nel dettaglio la sentenza, fra parentesi le richieste di pena formulate dai pm Claudio Camilleri e Bruno Brucoli. 14 anni e 8 mesi in continuazione (20 anni) per Antonino Iacono inteso “Ninu u giardinisi”, 61 anni, residente nella frazione di Giardina Gallotti, 14 anni e 8 mesi (20 anni) per il capo della famiglia mafiosa di Porto Empedocle, Francesco Messina, 60 anni, zio del boss Gerlandino Messina; 10 anni (12 anni) per Rocco D’Aloisio, 46 anni, di Sambuca di Sicilia; e 8 anni e 8 mesi (9 anni) per Tommaso Baroncelli, 40 anni, di Santa Margherita Belice; assolto Domenico Bavetta, 34 anni di Montevago (9 anni); assoluzione (12 anni di reclusione) per Giuseppe Picillo, 53 anni, di Favara; 10 anni e 8 mesi (9 anni) per Mauro Capizzi, 47 anni, di Ribera, assoluzione (9 anni) per Gioacchino Iacono, 36 anni, di Realmonte, assoluzione (9 anni) Giuseppe Lo Pilato, 44 anni, di Giardina Gallotti; 14 anni complessivamente in continuazione per Pietro Campo, 65 anni, di Santa Margherita Belice (20 anni); assoluzione (8 anni di reclusione) per Giovanni Campo 25 anni; 10 anni (12 anni) per Francesco Capizzi inteso “il milanese”, 50 anni, di Porto Empedocle, 10 anni (12 anni) per Francesco Tarantino inteso “Paolo”, 29 anni, di Agrigento, residente a Porto Empedocle; 10 anni e 4 mesi (14 anni) per Giacomo La Sala, 47 anni, di Santa Margherita Belice; assoluzione (6 anni) per Piero Guzzardo, 37 anni, di Santa Margherita Belice; assoluzione (12 anni) per Gioacchino Cimino, 61 anni, di Agrigento residente a Porto Empedocle, 10 anni (12 anni) per Santo Interrante, 34 anni, di Santa Margherita Belice; assoluzione (8 anni) per Francesco Pavia, 35 anni, di Porto Empedocle; 3 anni e 4 mesi (6 anni) per Emanuele Riggio, 45 anni, di Monreale; assoluzione (3 anni e 4 mesi) per Domenico Cucina, 48 anni, di Lampedusa, assoluzione (otto anni) per Leonardo Marrella 38 anni di Montallegro e 10 anni (15 anni) per Diego Grassadonia, 54 anni, di Cianciana.

 

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MAFIA – Sequestro beni da 11 milioni di euro alla famiglia Stanzù indicata come affiliata ai clan di Enna e di Gela [VIDEO]


Beni per un valore equivalente superiore a 11 milioni di euro sono stati sequestrati dai finanziari del Gico e dai carabinieri, a conclusione di indagini patrimoniali coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Caltanissetta, a Giacomo Gabriele Stanzù, 57 anni, attualmente detenuto, e ai suoi congiunti.

Secondo le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia Stanzù, condannato a 14 anni per omicidio aggravato dal metodo mafioso, sarebbe stato in contatto con esponenti della famiglia mafiosa di Enna e di Gela, in particolare con Daniele Emanuello, morto nel 2007 in un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine che stavano per catturarlo.

Il provvedimento, emesso dal Tribunale di Enna, riguarda il sequestro di 349 ettari di terreno e 8 fabbricati fra Aidone, Assoro e Piazza Armerina oltre a 10 autovetture e diversi conti correnti postali e bancari.

I beni in questione, riferibili a Stanzù in base ai risultati del’indagine, sono stati sequestrati a Elisabetta Buttaccio Tardio, 30 anni di Nicosia, Domenica, Benedetta e Nicola Antonio Stanzù, rispettivamente di 51, 54 e 40 anni tutti di Capizzi e Carlotta Conti Mammanica, 41 anni di Enna.

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MAFIA- Colpo al clan di Brancaccio, 34 arresti [VD1][VD2]


La Polizia e la Guardia di Finanza di Palermo, eseguendo un provvedimento emesso dal Gip nell’ambito di indagini della Direzione Distrettuale Antimafia, stanno procedendo, in Sicilia, Toscana, Lazio, Puglia, Emilia Romagna e Liguria, all’esecuzione di 34 misure cautelari nei confronti di mafiosi della cosca di Brancaccio e loro complici e al sequestro di numerose aziende, per un valore complessivo di circa 60 milioni di euro. Tra gli arrestati c’è Pietro Tagliavia, capo del mandamento mafioso di Brancaccio e della famiglia di ”Corso dei Mille”, attualmente ai domiciliari. 

Le indagini, eseguite dalla Squadra Mobile e dal Gico del Nucleo di Polizia Tributaria di Palermo, hanno consentito di fare luce su episodi di minacce, danneggiamento, estorsione, furto e detenzione illegale di armi da parte di esponenti della cosca di Brancaccio e di ricostruire l’organigramma delle famiglie mafiose che appartengono al mandamento, definendo ruoli e competenze di ciascuno e individuando i capi. L’inchiesta ha svelato il controllo, da parte della mafia, di un gruppo imprenditoriale che opera in diverse regioni, tra le quali Sicilia e Toscana. Polizia e Guardia di Finanza stanno sequestrando veicoli e autoveicoli utilizzati per la commissione dei reati contestati e aziende riconducibili ai mafiosi arrestati.

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PIETRAPERZIA – Il sindaco cambia idea: il comune parte civile al processo contro i boss


Il sindaco Antonio Bevilacqua cambia idea e così Pietraperzia, per la prima volta nella storia, si costituisce parte civile a un processo di mafia, in una delle città dell’Ennese dove Cosa Nostra è da sempre radicata e forte. I dodici imputati del processo «Primavera» rispondono, a vario titolo, di associazione mafiosa, tentata estorsione, traffico d’armi e reati minori. La decisione del sindaco, esponente del M5S, è stata presa lunedì sera.

La giunta ha conferito incarico a titolo gratuito all’avvocato Mario Giarrusso, senatore grillino e componente della commissione parlamentare antimafia. Sino a domenica, infatti, Bevilacqua aveva deciso l’esatto contrario: nessuna costituzione di parte civile, per dare un segnale di apertura nei confronti di quanti, giovanissimi imparentati con gli imputati, rischiavano di essere risucchiati da un mondo che non appartiene loro, perché costretti a pagare colpe non loro.

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MAFIA – Disposta ispezione al comune di Camastra


Il prefetto di Agrigento, Nicola Diomede, ha disposto l’accesso ispettivo al Comune di Camastra per accertare eventuali condizionamenti mafiosi.

La decisione segue l’inchiesta “Vultur” della DDA di Palermo che ha accertato contatti tra esponenti dell’amministrazione e alcuni degli arrestati. La commissione prefettizia, formata dal vice prefetto Elisa Vaccaro, dal vice capo della squadra mobile Vincenzo Di Piazza e dal comandante reggente della Guardia di Finanza di Agrigento Fabio Sava, si è già messa al lavoro acquisendo i primi fascicoli ed elementi di valutazione. Attualmente l’amministrazione comunale è retta dal sindaco Angelo Cascià che non è indagato.

 

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GELA – Coppia di imprenditori legata alla mafia sequestrati beni per un milione di euro


La Direzione investigativa antimafia di Caltanissetta ha sequestrato beni ai coniugi Valerio Longo, 45 anni, originario di Hilden (Germania), e Monica Rinzivillo, 43 anni di Gela (Cl). La coppia, nel dicembre 2006, fu arrestata nell’operazione ‘Tagli Pregiati’, e successivamente condannata, con sentenza passata in giudicato nel 2007, per associazione mafiosa, perché ritenuti imprenditori di fiducia e al “completo servizio” della famiglia gelese dei Rinzivillo.

Il sequestro, emesso dalla sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Caltanissetta, su richiesta della locale Dda dopo la proposta del direttore della Dia, Nunzio Antonio Ferla, riguarda numerosi beni, comprese sei 6 attività commerciali operanti nel settore della costruzione, assemblaggio, montaggio e manutenzione di impianti industriali e chimici, con sedi a Gela. Sigilli anche a 5 immobili e a numerosi rapporti bancari e assicurativi.

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NEBRODI – L’agguato ad Antoci, tra gli indagati anche boss catanesi ed ennesi


Tra i 14 indagati per l’attentato al presidente del Parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci, la maggior parte di essi è stata colpita l’anno scorso da interdittiva antimafia, con conseguente revoca di migliaia di ettari di terreni ricadenti nella zona. Apparterrebbero alle famiglie mafiose di Tortorici e Cesarò ma anche dell’Ennese e del Catanese e risultano destinatari degli avvisi di garanzia spiccati dalla Dda di Messina con l’accusa di tentato omicidio aggravato dall’appartenenza all’associazione mafiosa.

Si tratta di Giuseppe Foti Bellingambi e il fratello Sebastiano Foti Belligambi (quest’ultimo ha presentato istanza per i terreni insieme a Federica Pruiti, sorella di Giuseppe e Giovanni Pruiti, ritenuti elementi di spicco della mafia di Cesarò), Giuseppe Conti Taguali, Sebastiano Musarra Pizzo e Salvatore Armeli Iapichino, detto «Zecchinetta», (ai quali il comune di Troina ha revocato concessioni del valore di diverse decine di migliaia di euro, perché, secondo la prefettura di Messina, le loro ditte sarebbero state soggette e tentativi di infiltrazione mafiosa), Nicola Antonio Karra, Sebastiano Destro Pastizzaro, Carmelo Fabio, Giuseppe Calà Campana, Antonino Foti detto «Biscotto», Andrea Cerro, Litterio Cerro, Daniele Destro Pastizzaro e Carmelo Triscari Giacucco ( fratello di Antonietta, titolare di concessione e moglie di Giuseppe Pruiti)

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Guerra di mafia nell’Agrigentino Il pentito ricostruisce un omicidio


Arriva un collaboratore di giustizia a squarciare i misteri di una lunga stagione di morte in provincia di Agrigento. Pasquale Di Salvo, pentito del clan di Bagheria; e con contatti in altre province siciliane, svela uno dei delitti che, tra il 1978 e il 1997, insanguinarono Cianciana, Alessandria della Rocca, Santo Stefano di Quisquina e Bivona.

Dopo mesi di stretto riserbo trapela, infatti, che il collaboratore sta ricostruendo le fasi dell’agguato costato la vita a Vincenzo Antonio Di Girgenti. Era il titolare di una piccola azienda agricola di Alessandria della Rocca e fu in via Dante, una delle strade principali della cittadina agrigentina, che i killer lo attesero. Lo crivellarono a colpi di fucile mentre stava salendo in macchina. Nessun dubbio sulla matrice mafiosa dell’agguato.

In quegli anni morivano in una macabra sequenza Pietro Longo, Calogero Cinà, Tommaso Coniglio, Vincenzo Montalbano, Pietro Sicardi, Francesco Paolo Picarella, Paolo Calandrino, Giuseppe Patrinostro, Diego Passafiume, Ignazio Panepinto, Calogero Panepinto, Francesco Maniscalco, Emanuele Seidita, Giovanni Carbone, Angelo Mario piazza, Antonino Russo.

Molti omicidi non sono stati ancora risolti anche se sono emersi collegamenti fra di essi. Alcuni erano certamente legati ai contrasti per la gestione delle risorse idriche della diga Castello.

Un intreccio di mistero e morte lega Bagheria alla provincia di Agrigento. Sorprende il fatto, però, che un uomo di Bagheria possa essere informato su un delitto avvenuto lontano dal suo territorio. A meno che del commando di morte non facesse parte un palermitano, il cui ruolo era sconosciuto anche ai pentiti agrigentini. Ipotesi, solo ipotesi. Di certo il pentimento di Pasquale Di Salvo, che sembrava essere meno importante di altri, assume uno spessore diverso. Apre squarci inediti nell’alleanza fra i clan di province diverse.

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