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MAFIA – Nessuna confisca di beni per il canicattinese Giancarlo Buggea


La Corte d’Appello di Palermo ha rigettato la richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo che chiedeva la confisca dei beni nella disponibilità di Giancarlo Buggea, 47 anni, imprenditore di Canicattì.
La decisione, dunque, annulla quella adottata, in primo grado, dal Tribunale di Agrigento che aveva disposto, accogliendo parzialmente la tesi dell’accusa, l’applicazione della sorveglianza speciale, senza obbligo di soggiorno, per la durata di 1 anno e 6 mesi, nei confronti dell’uomo, ritenuto dagli investigatori vicino alla famiglia mafiosa di Canicattì, e il sequestro di alcuni terreni e quote societarie.
I giudici della Corte d’Appello hanno rigettato la proposta di confisca di un appartamento intestato alla moglie di Buggea e di altri terreni in agro di Naro intestati all’imprenditore canicattinese.

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MAFIA – Confisca da 15 milioni per l’ex deputato Giammarinaro


Il tribunale di Trapani ha disposto la sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per 5 anni e la confisca di beni per 15 milioni di euro a carico dell’ex parlamentare regionale Giuseppe Giammarinaro, già destinatario di una misura di prevenzione perché indiziato di mafia.

Il provvedimento del tribunale arriva dopo le indagini della Divisione anticrimine della questura di Trapani e dal Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza secondo cui “Giammarinaro era al centro di una combine politico-affaristica che gli ha consentito di controllare attività economiche nel settore della sanità, beneficiare di finanziamenti pubblici regionali e condizionare importanti settori della vita politica in particolare nel comune di Salemi”.

 

Il provvedimento si inquadra nell’ambito dell’operazione antimafia denominata “Salus Iniqua”. Nell’inchiesta era stato ricostruito il quadro “di rapporti di natura politico-affaristica in cui Giammarinaro si è mosso a partire dai primi anni del 2000”. Sono stati confiscati beni società e conti correnti riconducibili all’ex parlamentare che si serviva anche di prestanomi.

In particolare sono state individuate diverse società tra le quali la “C.e.m.” e la “Salus s.r.l.”e varie proprietà immobiliari che Giammarinaro avrebbe intestato a persona di sua fiducia per evitare le misure di prevenzione.

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GROTTE – Vittima di mafia, ministero condannato al risarcimento da 800 mila euro


Il tribunale di Palermo ha condannato il Fondo per le vittime della mafia e dunque il ministero dell’Interno. Ad una famiglia di Grotte è stato riconosciuto il diritto ad essere risarciti – con 800 mila euro – per l’omicidio del proprio congiunto. Lo riporta oggi il quotidiano La Sicilia. Era il 1999 quando il tribunale di Agrigento condannò i due autori del delitto al pagamento di 200 mila euro a ciascun componente della famiglia che aveva perso il proprio caro. In tutto, 800 mila euro appunto.

Il Fondo per le vittime della mafia però si oppose e i familiari si sono, pertanto, rivolti al tribunale civile di Palermo. Tribunale che ha condannato il Fondo. Resta, naturalmente, da capire se il ministero, adesso, farà o meno ricorso. 

 

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MAFIA – Confiscato il patrimonio di Filardo cugino del boss Messina Denaro [VIDEO]


La Direzione investigativa antimafia (Dda) di Trapani ha eseguito la confisca del patrimonio mobiliare, immobiliare e societario riconducibile a Giovanni Filardo, imprenditore edile originario di Castelvetrano (Trapani) attualmente detenuto in carcere, cugino di primo grado del latitante Matteo Messina Denaro.

Con lo stesso provvedimento, emesso dal Tribunale di Trapani – Sezione Misure di Prevenzione (presidente Piero Grillo, giudice estensore Chiara Badalucco), è stata disposta, nei suoi confronti la sorveglianza speciale di pubblica sicurezza con obbligo di dimora per quattro anni.

Filardo fu arrestato nel 2010, nell’ambito dell’operazione Golem fase II, con le accuse di concorso in associazione mafiosa e di essere componente del mandamento mafioso di Castelvetrano, di estorsioni, incendi, interposizione fittizia di valori, nonché di avere agevolato la latitanza di Matteo Messina Denaro.

Filardo è stato definitivamente condannato a 12 anni e sei mesi di reclusione con sentenza della Corte d’Appello di Palermo, che ha riformato la sentenza di assoluzione pronunciata dal Tribunale di Marsala in primo grado.

La confisca scaturisce da indagini economico-patrimoniali delegate alla Dia dalla Procura della Repubblica di Palermo. Sigilli a una impresa edile a responsabilità limitata, 23 tramezzi d’opera, automezzi e autoveicoli, un fabbricato rurale, 7 appezzamenti di terreno, una villa con finiture di pregio, un fabbricato ad uso abitativo e 4 conti correnti bancari.

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AGRIGENTO – “Rientrò a casa con 13 minuti di ritardo dopo condanna per mafia” , il boss Massimino verso il porocesso


Tredici minuti di ritardo che potrebbero costargli un’altra condanna a un anno di carcere: il boss Antonio Massimino, 48 anni, che peraltro di recente è stato nuovamente arrestato per estorsione mafiosa, rischia di finire a processo con l’accusa di avere violato gli obblighi di sorveglianza speciale.

Il pubblico ministero Alessandro Macaluso gli ha fatto notificare l’avviso di conclusione delle indagini preliminari contestandogli di non avere rispettato il provvedimento, emesso dalla sezione misure di prevenzione del tribunale che, per quattro anni, gli imponeva delle restrizioni della libertà personale in quanto ritenuto “socialmente pericoloso”. Massimino è stato controllato dai carabinieri lo scorso 16 settembre.

Con l’avviso di conclusione delle indagini preliminari, il difensore di Massimino – l’avvocato Salvatore Pennica – potrà chiedere di produrre delle memorie o un interrogatorio del suo assistito.

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MAFIA – Ergastolo per il boss Gerlandino Messina e isolamento diurno per 4 anni [VIDEO]


Emesso un ordine di esecuzione per la pena dell’ergastolo, con isolamento diurno per 4 anni, a carico del capomafia Gerlandino Messina. Nel provvedimento firmato dal pubblico ministero Alessandro Macaluso, viene ripercorsa anche la “collezione” di sentenze di condanna inflitte, negli ultimi quindici anni, al boss empedoclino. «Ad oggi Gerlandino Messina non ha pendenze in corso», precisa e sottolinea il suo legale difensore, l’avvocato Salvatore Pennica. L’ultima condanna rimediata, risale all’anno scorso, da parte del collegio dei giudici del Tribunale di Agrigento, (presidente Giuseppe Melisenda Giambertoni, a latere Maria Alessandra Tedde e Giancarlo Caruso), che hanno riconosciuto l’empedoclino, quale capo di Cosa Nostra, per un determinato periodo, nella provincia di Agrigento. Dovendo già scontare un ergastolo inflitto, dalla Corte di Assise di Agrigento, con la sentenza del 1 luglio 2001 (il famoso e per certi versi storico processo Akragas), pertanto i giudici hanno applicato l’istituto della cosiddetta continuazione, con un ulteriore anno di isolamento diurno. Quindi venne confermata la tesi secondo cui, per appena quattro mesi, dal 25 giugno del 2010 (data dell’arresto a Marsiglia di Giuseppe Falsone) al 23 ottobre successivo, Gerlandino Messina, fino ad allora suo vice, divenne il rappresentante delle famiglie mafiose agrigentine. Messina è ritenuto dagli inquirenti tra i killer che fece parte del commando, che uccise il maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli. Il Pubblico ministero della Direzione Distrettuale antimafia Rita Fulantelli, aveva quantificato la richiesta di condanna in 22 anni di reclusione, in quanto «da sempre faceva parte di Cosa Nostra, e dopo l’omicidio Guazzelli scalò le gerarchie, arrivando al vertice della provincia di Agrigento». La Dda aveva quindi istruito il processo dal periodo, che andava dal 1999, fino al giorno del suo arresto nel covo di viale Stati Uniti, a Favara, alle 17 del 23 ottobre 2010, con l’intervento delle teste di cuoio, e l’irruzione in casa, sorprendendo, anche grazie all’uso di bombe abbaglianti, Messina, il quale ha subito ammesso di essere proprio lui il boss. «Ogni cosa ha la sua fine», le sue uniche parole pronunciate ai militari incappucciati. E da allora il boss empedoclino, si trova rinchiuso nella Casa circondariale di Tolmezzo, in Friuli, per scontare il carcere a vita. «In questi dodici anni è stato creato un falso mito. Non è affatto vero, che dal 1998 al 2010, aveva scalato le gerarchie mafiose», tuonò l’avvocato Salvatore Pennica. Tra le altre condanne rimediate nel tempo, c’è quella del 2009, quando il capomafia era ancora “uccel di bosco”, della Corte di Assise di Agrigento (irrevocabile nel 2011), alla pena di 14 anni di reclusione, e ancora altri 9 anni e 6 mesi, tra il 2012 e il 2013 per le armi e le munizioni, rinvenute nell’ultimo nascondiglio.

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MAFIA – Parla un pentito:”Messina Denaro operato al volto nel Nord Italia” [Vd Tg]


Siciliani e calabresi. Mafiosi e rappresentanti delle ‘ndrine custodi dei segreti di Matteo Messina Denaro. Medici del Nord Italia che curano il latitante e racconti di interventi di chirurgia plastica per cambiarne il volto.

C’è tutto questo nella nuova inchiesta sui presunti favoreggiatori del capomafia di Castelvetrano. Lo scrive il giornalista di Live Sicilia Riccardo Lo Verso.  L’indagine nasce dalle dichiarazioni di un pentito calabrese che ha già collaborato con i pm di Reggio Calabria e Genova. Ad un certo punto nei suoi verbali ha fatto capolino il superlatitante e così sono entrati in gioco i magistrati palermitani. Il pubblico ministero Maurizio Agnello avrebbe voluto archiviare il caso, ma il giudice per le indagini preliminari Lorenzo Matassa ritiene che le vicende vadano almeno valutate nel corso di un’udienza preliminare. Così ha ordinato l’imputazione coatta nei confronti di otto persone. Secondo il pm Agnello, ci sarebbe un vizio formale nell’ordinanza di imputazione coatta del giudice e ha pronto un ricorso in Cassazione perché “sarebbe stato violato il diritto di difesa” degli indagati. Schermaglie in punto di diritto.

Il pentito ha raccontato di avere condiviso dei periodi di detenzione con altri detenuti calabresi, ed è da loro che avrebbe appreso circostanze che riguardano la latitanza del capomafia trapanese. Si passa dall’intervento chirurgico eseguito in Piemonte o in Val D’Aosta da un medico di cui il collaboratore conosce l’identità, con il coinvolgimento della moglie. Ecco perché l’ipotesi di favoreggiamento riguarda anche la donna e alcuni personaggi di Campobello di Mazara e Castelvetrano.

I carabinieri del Ros hanno valutato positivamente la credibilità dei racconti del collaboratore, di cui non si conoscono i particolari, ma “limitatamente alla identificazione di persone, luoghi e periodi di detenzione”.  Rimane solo il dubbio se sarà l’ennesima pista senza sbocco alcuno. Di avviso opposto il gip secondo cui, “gli elementi di prova sono rilevanti in termini accusatori e sono comunque tali da essere valutate quantomeno in sede di udienza preliminare”.

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MAFIA – Josef Focoso resta al 41 bis


Joseph Focoso resta in carcere in regime di “41 bis”. Lo ha deciso, secondo quanto riporta oggi il quotidiano La Sicilia, la Corte di Cassazione. Catturato il 27 maggio del 2007 in Germania, Focoso – 48 anni di Realmonte – sta scontando l’ergastolo per omicidi di mafia. E fra questi, l’omicidio del maresciallo Giuliano Guazzelli.

Il killer aveva presentato un ricorso contro la decisione, di lasciarlo al “carcere duro”, del tribunale di Sorveglianza di Roma che aveva prorogato il decreto del ministro della Giustizia del 27 ottobre del 2015. La Corte di Cassazione ha dichiarato, però, inammissibile il ricorso. Secondo il tribunale “è stata accertata la capacità di Focoso di mantenere contatti con un’organizzazione criminale esterna”.

 

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PALERMO – L’avvocato Fragalà fu ucciso dalla mafia: sei arresti


L’omicidio Fragalà fu un delitto di mafia: è la tesi della procura di Palermo che ha chiesto e ottenuto l’arresto di 6 persone accusate dell’omicidio del penalista palermitano Enzo Fragalà, aggredito a due passi dal suo studio a febbraio del 2010, nel centro della città e morto 3 giorni dopo il ricovero in ospedale. Il procuratore Francesco Lo Voi ha illustrato i particolari dell’indagine in una conferenza stampa in Procura.

«Sia per le modalità esecutive che per le finalità, come ha anche riconosciuto il gip, possiamo dire che il delitto Fragalà è un omicidio di mafia che doveva costituire un segnale all’intera classe forense», ha detto Lo Voi.
Secondo quanto ricostruito dalle indagini, condotte dai carabinieri, il penalista avrebbe pagato con la vita l’avere convinto alcuni clienti ad assumere un atteggiamento di apertura nei confronti degli inquirenti. «Cosa – ha spiegato il comandante provinciale dell’arma Antonio Di Stasio – che non era piaciuta alla mafia».

Il penalista palermitano venne aggredito a bastonate all’uscita dal suo studio legale il 23 febbraio 2010. Le sue condizioni apparsero subito gravissime. I killer prima gli spezzarono le gambe e lo fecero cadere a terra, poi si accanirono su di lui colpendolo alla testa. Morì dopo tre giorni di coma.

Secondo la procura a ordinare l’omicidio fu il boss del “mandamento” di Porta Nuova Francesco Arcuri. Gli esecutori materiali furono Paolo Cocco e Francesco Castronovo. Tutti e tre erano liberi al momento dell’arresto. Il delitto fu programmato dai mafiosi del Borgo Vecchio Antonino Abate, Salvatore Ingrassia e dal boss di Resuttana Antonio Siragusa. I tre, tutti detenuti per altro, vennero indagati e arrestati in passato per l’omicidio, ma poi scarcerati.

Nella prima indagine, chiusa con un’archiviazione, era già emerso il coinvolgimento di cosa nostra nel delitto, ma il movente, poi rivelatosi falso, venne individuato in presunte avances fatte da Fragalà alla moglie di un detenuto vicino alla mafia. Pista sostenuta anche da una collaboratrice di giustizia, che, però, secondo gli inquirenti, avrebbe riferito voci messe in giro da cosa nostra per allontanare da se i sospetti.

Un contributo fondamentale all’indagine sull’omicidio del penalista palermitano Enzo Fragalà è venuto dal collaboratore di giustizia Francesco Chiarello. «Le dichiarazioni di Chiarello – ha detto Lo Voi – che era a conoscenza di molti particolari sulla programmazione e sull’esecuzione del delitto, sono state sottoposte a verifiche. Da Chiarello sono poi partite altre attività investigative».

 

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MAFIA – Maxi confisca della Gdf all’imprenditore di Altofonte Andrea di Matteo del valore di 4,5mln


Ad Altofonte, in provincia di Palermo, la Guardia di Finanza del Nucleo di Polizia Tributaria ha confiscato una società edile che opera nel settore degli scavi e delle costruzioni, del valore di circa 4 milioni e 500mila euro, e che è ritenuta riconducibile ad Andrea Di Matteo. Il provvedimento è stato disposto dalla sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo, a conclusione dell’iter successivo al sequestro risalente 2014. Di Matteo è stato arrestato nel 2010 perché sarebbe stato parte della famiglia mafiosa di San Giuseppe Jato – Altofonte, e si sarebbe impegnato come postino per il boss ex latitante Domenico Raccuglia al quale avrebbe fornito denaro e ospitalità. In Appello Andrea Di Matteo è stato assolto dall’accusa di associazione mafiosa, ma la stessa sentenza della Corte ha sottolineato che i colloqui intercettati tra l’imputato e alcuni imprenditori, e le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, dimostrano il ruolo di Di Matteo nella cosca.

 

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